Mutanti che mutano i tempi

28 Luglio 2016 Nessun commento
X-men. L'inizio

X-men. L'inizio

Nonostante abbia visto i primi tre capitoli della saga, ovvero “X-men”, “X-men 2″ e “X-men. Conflitto finale”, questa è la prima volta che scrivo a proposito di questi uomini dotati di super poteri chiamati semplicemente “mutanti”, perché provvisti di un genoma umano evoluto capace di conferire loro le più diverse e strabilianti caratteristiche di sopravvivenza. Ebbene qui vi parlerò del prequel della saga, “X-men. L’inizio” e del penultimo capitolo, visto due volte e poi ve ne spiegherò il motivo, intitolato “X-men. Giorni di un futuro passato. The rogue cut”, tra l’altro immagino girati l’uno appresso all’altro perché tra loro consecutivi ed interpretrati dagli stessi attori. La saga è particolarmente avvincente e per temi trattati, su tutti: paura della diversità, difficoltà di integrazione e di accettazione del proprio corpo; e per sviluppo della trama, mai banale, sempre ricca di colpi di scena, con tanti personaggi ben scritti e caratterizzati eppure con una linea di continuità sempre presente che conforta e affeziona. Per non parlare degli effetti speciali, sempre notevoli e con quella “motivazione della trama” che li rende, se possibile, ancora più gustosi ed efficaci. Dunque una saga da promuovere in toto mentre i due film con Wolverine protagonista assoluto ovvero “X-men le origini. Wolverine.” e “Wolverine. L’mmortale” a mio avviso sono un discorso a parte, sia per la mancanza di Bryan Singer alla regia (okay, non ha diretto neanche il terzo capitolo e il prequel), il primo affidato al premio Oscar Gavin Hood e il secondo al più responsabile James Mangold, che infatti fa un ottimo lavoro rispetto al collega; sia per la trama, che per forza di cose non prende in considerazione gli altri protagonisti della saga (in “L’immortale” c’è Famke Janssen, che è sempre un bel vedere, nella parte di Jean ma appare solo nei sogni/incubi di Wolverine e non può essere altrimenti visto che l’ha uccisa proprio lui!). Ma veniamo al prequel, ovvero a “come tutto ha avuto inizio”: innanzitutto qui troviamo tre attori che a me piacciono un casino e cioè James McCavoy nei panni del giovane professor X (film di culto il suo “Wanted. Scegli il tuo destino” dove, proprio come succede in “X-men. Giorni di un futuro passato”, viene messa in pratica la capacità di curvare le pallottole, curiosa coincidenza, no?); Michael Fassbender (vero animale, nel senso buono del termine, da palcoscenico); e, vista la sua lunghissima carriera, una vera e propria leggenda del cinema americano: Kevin Bacon. Quest’ultimo, attore che ha molte cose in comune con il più giovane Fassbender, per versatilità, immedesimazione nei personaggi, scelte spesso scomode e, forse proprio per questo, lontano dallo star system pur facendone parte a pieno titolo. Qui il vero cattivo non è Magneto, come ci si aspetterebbe ma Kevin Bacon, il quale interpreta Sebastian Shaw, il mutante che, in piena guerra fredda, ha intenzione di scatenare la guerra tra gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica. Magneto sarà fedele al diplomatico Xavier solo fino a un certo punto perché il suo chiodo fisso è sterminare l’intera razza umana; alla fine le loro strade si separeranno, lui portandosi dietro Raven, interpretata dalla giunonica Jennifer Lawrence protagonista di un’altra saga di successo, quella di “Hunger games”, e il professore il resto dei mutanti. Qui manca Wolverine, ovvero fa un cameo da burino: in un bar manda letteralmente affanculo il professore e Magneto e la loro proposta di seguirli per annientare Shaw. Wolverine, interpretato come al solito dal palestrato e ironico Hugh Jackman, si prende la rivincita nel film successivo dove, udite udite, viene spedito indietro nel tempo da Xavier (Patrick Stewart), e precisamente nel 1973, col preciso compito di rintracciare la versione giovane del professore e convincerlo a liberare Magneto, prigioniero nientedimeno che sotto il Pentagono, al fine di unire ancora una volta le forze per evitare che Raven finisca nelle mani del governo americano. Infatti se ciò accadesse la mutante verrebbe data in consegna a Bolivar Trask (Peter Dinklage), uno scienziato guerrafondaio candidamente convinto della pericolosità degli x-men, che utilizzerebbe il suo DNA per creare dei robot “sentinelle” letali per la razza mutante, gli stessi che stanno mettendo a ferro e fuoco il mondo del futuro da cui proviene Wolverine. Ho da poco visto la prima stagione di “Il trono di spade” e quindi sono stato contento di rivedere in questo capitolo degli x-men Peter Dinklage, volto noto della serie televisiva fantasy prodotta dalla HBO dove interpreta lo scaltro Tyrion Lannister. Dicevo di avere visto due volte “Giorni di un futuro passato” e questo perché, come suggerisce il “The rogue cut” che segue il titolo, il film è uscito in due versioni: una cinematografica e una home-video, dove è presente anche il “montaggio di Rogue”, ovvero le scene tagliate in cui la mutante interpretata da Anna Paquin (come è cresciuta dai tempi di “Lezioni di piano”…) viene liberata e sostituisce la stremata Kitty (Ellen Page) per mantenere Wolverine nel passato. Non capisco perché non abbiano distribuito questa versione nelle sale visto che non appesantisce la storia, presumo per meri motivi di minutaggio. Ambedue i film mi sono piaciuti, “Giorni di un futuro passato” in particolare per il personaggio di Quicksilver, interpretato da Evan Peters, il giovane mutante capace di andare ad altissima velocità tanto da fermare il tempo (da antologia la scena in cui lui e i giovani Magneto e Xavier evitano di finire freddati dalle forze dell’ordine preposte alla sicurezza del Pentagono proprio grazie alla sua capacità di “rallentare” lo scorrere del tempo: in una frazione di secondo, grazie alla sua velocità supersonica, il nostro ha il tempo di indirizzare altrove le armi delle guardie, di deviare la traiettoria dei proiettili e di prendersi pure gioco di loro, il tutto grazie a un’effettistica speciale accattivante e di grande resa visiva). Inoltre l’attore ha una simpatia innata e, così come ci viene fatto intuire nel film, sarà giustamente presente anche nell’ultimo capitolo della saga: “X-men. Apocalisse”. Ovviamente “X-men. L’inizio” ha tutta la freschezza di una storia nuova interpretata da attori nuovi (non si tratta di un reboot della serie) mentre “Giorni di un futuro passato” è la prosecuzione di un meccanismo ben rodato ma anche appesantito dalla smania di fare troppo, il che non è sempre la scelta migliore. Ecco, forse restare un passo indietro sarebbe la giusta filosofia da adottare in saghe di ampio respiro come questa onde evitare di “soffocare” lo spettatore seppellendolo con troppi effetti speciali e con trame al limite della comprensione. (G.C.)

“Ehi, sono tornato!”

28 Giugno 2016 Nessun commento
Il colore dei soldi

Il colore dei soldi

Eddie Felson (Paul Newman), soprannominato lo Svelto, ha smesso di giocare a biliardo da un pezzo e si è messo a vendere liquori. Ma un giorno entra nel suo locale Vincent (Tom Cruise), un ragazzo talentuoso al gioco del pool a nove palle, che sbaraglia Julian (John Turturro), un giocatore esperto, attirando così l’attenzione del maturo Eddie. Questi allora decide di tornare nel giro, puntando tutto sulla bravura di Vincent. Assieme a lui e a Carmen (Mary Elisabeth Mastrantonio), la sua ragazza, parte per un viaggio fatto di partite e truffe ai danni di giocatori occasionali. Tutto sembra procedere per il meglio finché Eddie non riprende in mano la stecca e sfida Amos (Forest Whitaker), un giocatore all’apparenza inesperto, in realtà un professionista, perdendo una grossa somma di denaro. Amareggiato per la sconfitta molla Vincent e Carmen dicendo loro di andare al torneo che si svolgerà ad Atlantic City senza di lui. Ma Eddie e Vincent si rincontreranno sul tavolo da gioco per la sfida decisiva. Seguito di “Lo Spaccone” di Robert Rossen (in cui Paul Newman aveva interpretato per la prima volta il personaggio dello Svelto) “Il colore dei soldi” di Martin Scorsese ha valso l’oscar come miglior attore protagonista al vecchio leone, perfetto nella parte dell’ex giocatore di biliardo di mezza età che trova, in un giovane di talento, nuova linfa per la propria monotona esistenza di piccolo imprenditore. Cruise, ancora giovane e dopo il successo planetario di “Top Gun”, ambisce a dimostrare di essere un bravo attore e ci riesce spaccando ancora una volta lo schermo e costruendo un personaggio simpatico e pieno di sé. Col senno di poi il film risulta un tantino datato e schematico nel montaggio, tutto tirato tra partite al tavolo verde e litigate tra i protagonisti sopra una colonna sonora rutilante con dei pezzi accattivanti, tecnica cui Scorsese ricorrerà anche in “Quei bravi ragazzi” portandola al limite delle sue possibilità. Tuttavia la pellicola, come tutti i grandi film incentrati sullo sport, resta una preziosa parabola sulla vita, toccando essa temi per noi cruciali quali l’amicizia, l’amore, la vecchiaia e la voglia di sentirsi vivi. Indimenticabili le sequenze girate al tavolo da gioco, dove assistiamo a innumerevoli colpi da maestro. Così come dopo aver visto “Top Gun” sognavamo tutti di diventare piloti di jet militari così dopo la visione di “Il colore dei soldi” sentiamo il bisogno impellente di stringere una stecca tra le mani e infilarne nella buca nove di seguito. (G.C.)

Il boss si ride addosso

27 Giugno 2016 Nessun commento
Il boss e la matricola

Il boss e la matricola

Clark Kellogg (Matthew Broderick) arriva a New York per iscriversi al college coi 600 dollari in contanti che gli ha dato il patrigno per affrontare le prime spese ma viene derubato da Victor Ray (Bruno Kirby) e si ritrova senza un soldo. Clark intravede Victor fuori dello studio del suo professore di Cinema e riesce ad acciuffarlo. Questi gli dice di avere perso il denaro alle corse dei cavalli ma che, se vuole, può procurargli un lavoro molto remunerativo. È così che Clark fa la conoscenza di Carmine Sabatini (Marlon Brando), “importatore”, in realtà invischiato in un traffico illegale di animali in via di estinzione… In “Il boss e la matricola” di Andrew Bergman Marlon Brando fa il verso al don Vito Corleone impersonato in “Il padrino” di Coppola; solo questo varrebbe la visione del film. Matthew Broderick è perfetto nella parte dello studente imbranato, anche se è difficile credere che esistano ragazzi così tonti. Il traffico di animali in via di estinzione da cucinare per palati sopraffini a prezzi esorbitanti è una trovata “fantascientifica” ma il film vuole essere tutto al di fuori che verosimile. Come inverosimile è il finale pirotecnico, dove non si capisce perché l’FBI non irrompa nel Gourmet Club e metta le manette a Carmine e soci. Il finale è dunque un happy-end, come vuole ogni commedia che si rispetti, tuttavia ci si sarebbe aspettato qualcosa in più, anche perché il film regge sulla lunga distanza ed è pure godibile. (G.C.)

“Senza veli” di Chuck Palahniuk

26 Giugno 2016 Nessun commento
Senza veli

Senza veli

Biografia sotto forma di romanzo della fantomatica diva del cinema degli agli anni Trenta Kathrine Kenton raccontata dalla “donna nell’ombra” Hazie Coogan, sua versatile tuttofare, in realtà abile burattinaia di tutta la sua vita, a partire da quel fatidico incontro a un provino cinematrografico in cui lei, Hazie, aspirante attrice brutta ma con cervello da vendere e soprattutto scaltra, “abborda” l’ignara bellissima Kathrine proprio con l’obbiettivo di esserne al tempo stesso mentore e, come si vedrà alla fine, carnefice, solo in principio per unire le forze contro un mondo spietato quale quello del cinema. Hazie prova un doppio sentimento di odio e amore per la propria padrona; ne tesse chirurgicamente la carriera da diva, la trucca, le presta movenze e atteggiamenti ma soprattutto la tiene alla larga da affetti sbagliati che potrebbero minarne la salute mentale e incidere negativamente sulla sua brillante carriera cinematografica. Tutto questo all’insaputa di Katrhine ovviamente, che al contrario crede di dominare Hazie, come quando la sminuisce al cospetto del suo nuovo partner Webster Carlton Westward III ordinandole di indossare grembiule e cuffietta, sottintendendo con ciò che il suo ruolo non è altro che quello di una cameriera. Di parere decisamente contrario è Hazie, che continua imperterrita a tramare alle spalle della donna facendone naufragare sistematicamente i matrimoni e con esiti letali: tutti i “was-band” di Kathrine infatti giacciono in eterno ridotti in polvere in urne placcate d’argento nella cripta-feticcio costruita sotto casa. Non solo uomini ma anche cani, come Rubacuori, il pechinese ammazzato da Hazie col cianuro, veleno fedele e vero e proprio marchio di fabbrica dei suoi silenziosi delitti. Tranne che nell’ultimo, dove la burattinaia con il grembiule intesse una brutale messa in scena, così come aveva sceneggiato più e più volte la morte della propria padrona nella sconcia biografia “senza veli” di cui incolpa l’ignaro (anche lui) Webster Carlton Westward III, dove i due amanti muoiono vicendevolmente ammazzati come in un film di Tarantino. Palahniuk si destreggia abilmente tra ciò che è finzione e ciò che è reale, una costante delle sue storie e della sua poetica; qui però si spinge addirittura oltre e ci fa dono di una storia di finzione a tutto tondo: la voce narrante è di Hazie, che camuffa ogni cosa fin dal principio per spiegarcene i retroscena solo alla fine; la protagonista stessa del romanzo, Kathrine, è il prodotto di una interminabile bugia: quella in cui la ingabbia Hazie, quella che le cuciono addosso gli studios hollywoodiani e quella che risulta dal filtro degli occhi del suo pubblico adorante. Finzione e tema del doppio, come l’immagine decrepita, la vera immagine di Kathrine, racchiusa nello specchio martoriato dalle cicatrici della sua vita ancor prima della sua età, in costante aggiornamento, sito nella cripta-mausoleo. Palahniuk cita e si ispira al “Ritratto di Dorian Gray”. Ecco un’altra costante del libro: la continua citazione di nomi di dive e divi del cinema, stavolta reali perché esistiti per davvero ma costretti a fingere per contratto (e in eterno perché una volta morti essi rivivono grazie alla pellicola e ai supporti digitali); non solo, marchiati in grassetto tipograficamente, come a voler evidenziare una mappa toponomastica dal dubbio valore nonostante (o forse proprio per) tutte le luci della ribalta che li hanno interessati. Questo non è un Palahniuk memorabile: la narrazione è piatta, nonostante gli inserti onirici e qualche flashback, e lo svelamento finale dell’assassino fin troppo prevedibile. L’inserimento di tanti nomi di vecchie glorie del cinema hollywoodiano può essere uno spasso (un gioco autocelebrativo) per chi la sa lunga in materia ma solo una sfilza di nomi senza senso per chi ne è a digiuno; la mia esperienza riguardo a questo aspetto è che ho goduto a metà, conoscendo un nome sì e l’altro no dell’interminabile elenco prodotto dalla maniacale ricerca fatta dall’autore. Infine si ha la sensazione, tipica di opere non particolarmente ispirate, che la storia non decolli mai, neanche quando Kathrine deve prodursi nei tanti escamotage per scampare alla propria dipartita. Altra pecca micidiale la poca ironia con la quale Palahniuk racconta tutto quanto, perché ne è priva la voce narrante, che è quella di Hazie, attenzione, e non dell’autore (dunque è giusto che sia così), tuttavia questa mancanza si fa sentire, e parecchio. (G.C.)

“Pigmeo” di Chuck Palhaniuk

25 Giugno 2016 Nessun commento
Pigmeo

Pigmeo

A me piace Palahniuk perché ha molte cose in comune col mio modo di scrivere, quando cioè compongo delle storie di finzione; ebbene lui prova sempre e comunque a stupire il lettore, sia a livello di intreccio sia a livello lessicale. “Pigmeo” rientra in questa categoria di scrittura e, anzi, la supera, perché, come “Arancia meccanica” di Burgess, è scritto con un linguaggio tutto nuovo, anche se non fatto di neologismi come accade nel romanzo con protagonista il drugo Alex. Ed è un linguaggio necessario, quindi funzionale, alla storia, così come lo è quello di Burgess, che inventa uno slang giovanile e accattivante, sfrontato e irriverente, per narrare stupri e violenze gratuite fatte da giovani irresponsabili ma, tutto sommato, dall’animo candido. Essendo il protagonista della storia un adolescente straniero in terra straniera (nel libro non viene specificata la provenienza del ragazzino ma a me sembra provenire dalla Russia o giù di lì) a ragione Palahniuk decide di scrivere proprio come il ragazzino scriverebbe la sua storia, e cioè in un americano (per noi italiano ovviamente: la magia della traduzione!) sgangherato e scorretto che, già di per sé, rende irresistibilmente ironico ciò che viene narrato. Attenzione: il primo impatto non è così entusiasmante perché questa scrittura asintattica, grazie al (o dovrei dire per colpa del?) nostro background scolastico, ci manda in tilt i neuroni; è palese che Palahniuk si prende gioco di noi e ci costringe a sforzarci a leggere quello che ha scritto, facendoci, soprattutto nelle prime pagine perché ci vuole un po’ ad abituarsi alla “nuova” sintassi, perdere le staffe (quante volte, per comprenderlo, ho dovuto rileggere un periodo?) per capire lo strano modo di esprimersi di Pigmeo (questo è il nome che gli americani affibbiano allo straniero; il fatto che il protagonista non abbia nemmeno un nome suo l’ho trovato a dir poco geniale). Posso solo immaginare lo sforzo che ha fatto il traduttore nel costruire prima e decostruire poi i periodi. L’intreccio è altrettanto originale in quanto tratta di un gruppo di bisognosi adolescenti stranieri ospiti di famiglie americane i quali in realtà non sono altro che agenti segreti di uno stato indefinito, temibilissimi guerrieri super addestrati nelle tattiche di combattimento corpo a corpo e profondi conoscitori di armi e di esplosivi. Ovviamente il loro obiettivo comune è quello di cancellare dalla faccia della Terra l’odiato popolo americano (la famiglia di Pigmeo è stata sterminata dai soldati a stelle e strisce), tacciato soprattutto di basare la propria vita sul consumo sfrenato, che non genera felicità ma eterna insoddisfazione. Come si può facilmente capire Palahniuk usa questa trama per farci la solita ramanzina (uso la prima persona plurale perché la sua invettiva può essere estesa a tutta la società occidentale), qui più che in altre sue opere proprio perché il punto di vista adottato è quello di Pigmeo, che è cresciuto odiando gli Stati Uniti e quindi mettendo in dubbio ogni aspetto della società americana. Viene criticata la meschinità di chi si professa uomo di dio: “diavolo” Tony, così come viene definito dalla voce narrante, è il reverendo che non si esime dall’avere rapporti sessuali con l’agente operativo Magda, minorenne e collega di Pigmeo; il falso perbenismo della famiglia middle class: la coniuge della famiglia ospite di Pigmeo si trastulla coi dildo in continuazione tanto da essere sempre alla ricerca di pile cariche per farli funzionare; il bullo Trevor si scopre gay dopo essere stato sodomizzato dal nostro tanto da innamorarsene; Pigmeo e gli altri agenti operativi sono sistematicamente emarginati e sbeffeggiati dai coetanei americani ma quando il nostro abbatte Trevor mentre dà di matto ammazzando un sacco di ragazzini (in realtà il suo scopo è proprio farsi ammazzare da Pigmeo perché non vuole vivere più dopo che egli ha rifiutato il suo amore) immantinente il nostro viene eletto supereroe e da tutti preso a modello di comportamento – pure gli adulti gli chiedono l’autografo. Tuttavia succede che Pigmeo si innamori di “sorella gatto” per cui decide di sabotare il suo stesso piano di distruzione di massa, in un finale in cui combatte contro i propri colleghi, viceversa spalleggiato dagli stessi americani che in principio voleva morti. È un degno finale (d’altronde Pigmeo di male ne ha già causato parecchio: uccide il reverendo, sodomizza e poi ammazza Trevor – questo, bisogna sottolinearlo, per legittima difesa; grazie alle proprie malefatte il padre di Trevor e quello della propria famiglia ospite finiscono in galera) ma purtroppo incoerente perché costruito su un terreno di motivazioni troppo poco solido; se Palahniuk avesse approfondito gli episodi in cui Pigmeo si avvicina alla propria famiglia ospite, motivando in tal modo il suo progressivo attaccamento a essa, questo finale sarebbe stato perfetto; così invece sembra un po’ buttato lì ma ovviamente c’è un motivo: lo scrittore non voleva bruciarlo e quindi ha omesso. Troppo. (G.C.)

La gravità della gravità

24 Giugno 2016 Nessun commento
Gravity

Gravity

Alla prima visione “Gravity” di Alfonso Cuarón mi è sembrato un film abbastanza furbetto, uno di quei prodotti studiati a tavolino per intenerire, anzi di più, commuovere lo spettatore dinanzi alla storia di una dottoressa-scienziato, Ryan Stone è il suo nome, Sandra Bullock quello dell’attrice, che ha proprio tutto contro di lei, a partire dal nome, che è quello di un maschio, come con tanto tatto le fa notare il suo collega di lavoro e scienziato pure lui, Matt Kowalsky, questo interpretato dal sempre più gigione (ormai sembra che ci siano solo questi ruoli per lui o comunque che lui scelga, ovvio, visto che è nella indiscutibile posizione di poterlo fare) George Clooney, e non si sa, almeno io non so, se amarlo o detestarlo, un personaggio di questo tipo ma andiamo per gradi. Dunque il papà di Ryan, sapendo che il suo primogenito sarebbe stato una femmina, con cazzimma le appioppa comunque il nome di un maschio; la dottoressa è sola, non sta con nessuno, è single o peggio ancora zitella se non vogliamo essere politically correct nonostante abbia… una cinquantina d’anni ma il fisico di una ragazza, come si evince dallo spogliarello che fa (a nostro favore) nella Stazione Orbitante Internazionale; il colpo di grazia le viene (ci viene) sferrato quando tempo addietro la sua piccola cade sulle scale e muore: più sfigata di così… Questa la sua vita sulla Terra ma ora è nello spazio, a 600 chilometri di distanza da essa dove, come ci informano tranquillizzandoci le didascalie a inizio film, non c’è pressione e la temperatura è di oltre i cento gradi sotto lo zero, dove le cose per lei, pensate un po’?, vanno anche peggio. C’è che un missile russo colpisce accidentalmente un satellite dismesso che fluttua come spazzatura nello spazio e che i detriti sprigionati viaggiano velocissimi e colpiscono la navicella dove stanno travagliando la bella dottoressa e il bel scienziato, distruggendo veicolo e uccidendo due membri dell’equipaggio. A questo punto i due se la devono cavare contro l’assenza di gravità, la carenza di ossigeno e il pericolo che i detriti, orbitando di continuo intorno alla Terra, possano nuovamente travolgerli. Non sto qui a raccontare ogni incedere della trama ma ci tengo almeno a precisare che Matt finisce presto fuori partita e che la lotta contro lo spazio siderale è dunque pressocché tutta tra la dottoressa ed esso, il che è una bella sfida anche per il regista e lo sceneggiatore. Se si guarda “Gravity” con lo stupore del cinefilo acritico e non contaminato dall’aderenza al vero lo spettacolo è assicurato perché la pellicola offre tensione, effetti speciali e capogiri come non se ne vedevano da parecchio, pur essendo alla fine solo un film di fantascienza; ma soprattutto offre empatia e accaloramento nei confronti di una protagonista sì sfortunata ma anche dura a morire. La Bullock, anche se con una faccia in odor di ritocco, ci regala un’interpretazione commovente che giunge al clou nella scena del non-colloquio con l’eschimese col neonato e in quella successiva del sogno-suggeritore dove letteralmente irrompe nella capsula il fantasma di Matt/Clooney, gigione pure da morto (ma qui si fa perdonare). Se invece siete di quelli che proprio non ce la fanno a farsi affascinare da niente sullo schermo che non sia la pura realtà allora “Gravity” non è il film per voi. Perché ci sono troppe libertà artistico-scientifiche che vi farebbero gridare alla boiata pazzesca, come quando ci si spinge nello spazio usando come propulsore al posto del jetpack il getto di un normalissimo estintore o come quando si vedono i boccaporti delle astronavi aprirsi dall’esterno come banali portiere di automobili, per non parlare delle correnti gravitazionali, le cui cagionevoli direzioni vengono bellamente ignorate per far andare avanti la storia (e proseguire il viaggio dei nostri eroi). Eppure, come si vede nel finale, è bello vedere la Bullock, appena piombata sulla terraferma, rimettersi in piedi e camminare dritta incontro alla sua nuova vita, come gli ha suggerito il fantasma di Matt, quando sappiamo che gli astronauti appena rientrati sulla Terra non ce la fanno a muovere nemmeno un dito perché hanno tutti i muscoli atrofizzati per l’assenza di gravità e per la perdita di massa muscolare. Dunque un film di fantascienza perché va oltre la scienza, che viene ignorata a favore dello stupore e dell’emozione. Si dovrebbe guardare “Gravity” come si guarderebbe un film di Walt Disney o con gli occhi che avevamo quando le giornate sembravano lunghissime e il cortile sotto casa il mondo intero. Difficile ma possibile, come il ritorno a casa della dottoressa Stone. Non dimentichiamoci infine che il film pone alla nostra attenzione la questione della spazzatura spaziale accumulatasi nello spazio, problematica a dir poco inquietante cui ancora non è stata data un’adeguata soluzione. (G.C.)

Il re Mida della vita

17 Gennaio 2016 Nessun commento
Youth. La giovinezza

Youth. La giovinezza

Pare un ossimoro ma l’ultimo film di Paolo Sorrentino, “Youth. La giovinezza”, parla invece di vecchi, soprattutto di vecchi: il direttore d’orchestra in pensione Fred Ballinger (Michael Caine) la cui moglie è ricoverata in pianta stabile in un ospedale psichiatrico in quel di Venezia e il regista Mick Boyle (Harvey Keitel) alle prese con la preparazione del suo ultimo, testamentario film; perché ci sono anche i giovani, seppure non proprio giovanissimi: Lena (Rachel Weisz) è la figlia di Fred, appena lasciata dal marito per una pop star (Paloma Faith) nemmeno tanto bella mentre Jimmy Tree (Paul Dano) è un attore che sta preparando il suo prossimo personaggio. Tutti quanti soggiornano in un albergo svizzero, tra trattamenti termali, bagni in piscina e massaggi. Tutti hanno i propri scheletri negli armadi, scheletri di emozioni, di possibilità mancate, di sbagli, errori; niente di enorme s’intende, come le loro azioni in vita, tutte ruotanti intorno al loro ego più che verso il prossimo, tanto che non ci appaiono proprio simpatici, d’altronde hanno condotto tutti una bella vita e continuano a condurla e poi ci siamo noi, gli spettatori, che li aduliamo coi nostri applausi perché ci riempiono di emozioni col loro talento ma, oltre a questo, nient’altro. Vivono nel loro mondo, ovattato, chiuso; la loro massima tragedia, nella calma e nella tranquillità della natura che circonda l’albergo in cui hanno deciso di rinchiudersi alla ricerca della serenità, è unicamente il ricordo, il pensiero, la riflessione; è in questo non-luogo che vengono a galla i loro fantasmi, come avviene per Fred, che sa di avere tradito la moglie più e più volte, anche con un uomo (sarà stato ciò la causa della sua pazzia?, è probabile) e il cui unico atto di clemenza nei suoi confronti è quello di non far cantare ad altri le “canzoni semplici” che lui ha composto per lei e che solo lei ha cantato quando ne era in grado. La figlia è la sua coscienza, che gli ricorda implacabilmente i giorni di abbandono cui lui, coi suoi viaggi per il mondo, i suoi mille impegni lavorativi, l’ha costretta. Il giovane Jimmy si strugge per essere ricordato dal pubblico non per i suoi ruoli impegnati (paradossalmente snobbati dagli adulti ma, come mostrato in una scena significativa, ricordati da quella che è poco più di una bambina) ma per avere interpretato un robot in un film dove non si gli vede nemmeno la faccia. Il personaggio che sta preparando è nientemeno che Adolf Hitler ma, seguendo l’esempio di Fred e di Mick, capisce che anch’egli vuole creare e suscitare emozioni, per sé e per gli altri, perciò decide di non mettere in scena l’“orrore” ma la bellezza, il sentimento. Mentre Mick, dopo avere finalmente trovato il finale per il suo film, si vede abbandonato dalla stessa attrice che ha lanciato molti anni addietro, Brenda Morel (Jane Fonda), la quale non solo rifiuta la parte facendo così saltare il progetto ma gli dice pure, in tutta franchezza, che i suoi ultimi lavori “sono una merda”, che ha perso lo smalto e che, col suo rifiuto, lei gli fa pure un piacere: gli evita di rendersi ridicolo ancora una volta. Senza nulla in cui credere più, senza più alcuna prospettiva dinanzi a sé, l’unica cosa da fare per il vecchio Mick è gettarsi dal balcone sotto gli occhi sgomenti di un impietrito Fred, il solo amico di tutta una vita. Ecco dunque di cosa parla “Youth”: della voglia di esserci, di fare, di creare, nonostante l’età, come esemplifica lo scambio di battute tra Fred e il medico dell’albergo, in cui il primo chiede al secondo che cosa lo aspetterà una volta uscito di lì e la risposta è: “la giovinezza”. E Fred, così restio nel ritornare a dirigere un’orchestra, soprattutto per la regina d’Inghilterra, soprattutto perché sua maestà pretende che suoni solo le “canzoni semplici”, quelle che ha composto per la moglie e che solo la moglie, quando ci stava con la testa, poteva cantare, be’, dopo avere assisto al suicidio dell’amico, comprende che deve tornare sul palco, che deve tornare sulla scena, fosse solo per onorare l’entusiasmo di Mick e verosimilmente perché comprende che è il suo destino ed è il suo modo di provare a restare ancora in vita. Più vedo i film di Sorrentino e più mi vengono in mente i film di Terrence Malick che, dopo i capolavori giovanili di “La rabbia giovane” e “I giorni del cielo” e dopo il trionfante ritorno alla regia dopo vent’anni di assenza con un altro gioiello quale “La sottile linea rossa”, si è messo a dirigere film che, per forma, per il suo stile massimamente invasivo, per inutile lungaggine, si somigliano tutti, al di là della storia che raccontano, al di là del fatto che la storia sia ambientata nel presente o nel passato, si guardi a “The new world. Il nuovo mondo” o a “The tree of life” (dopo questi non ne ho visti altri e neanche ho premura di vederli perché so che mi ritroverei a guardare un film, appunto, già visto). Non sono cattivi film ma non mi emozionano al livello che presuppone il regista, che pretende il regista, forse proprio perché sono una ripetizione del film precedente, una ripetizione non solo di inquadrature e immagini ma pure di concetti. Per me “La sottile linea rossa” resta il punto di non ritorno della filmografia di Malick dopo, il buio. Ebbene tornando a Sorrentino per fortuna, nonostante egli basi il proprio cinema su continui movimenti di macchina, sulla propria sensibilità nello scegliere attori, inquadrature, musiche (in “Youth” la “Canzone semplice” viene addirittura eseguita per intero in un finale davvero emozionante grazie alla musica composta da David Lang, non a caso il pezzo è in concorso per l’Oscar), in una sola parola, sul suo stile che, ripeto, ha molto in comune con quello di Malick (il modo di muovere la macchina sul paesaggio e sugli attori, di indugiare sulla natura), nonostante tutto ciò fa film che emozionano per davvero, che addirittura ti fanno sognare, ti fanno entrare nella storia e ti ci fanno perdere dentro; soprattutto ti tengono attaccato alla poltrona perché non vuoi distogliere lo sguardo da cotanta bellezza che scorre sullo schermo perché Sorrentino, che racconti storie di camorra (vedi “Le conseguenze dell’amore”) o di vita mondana (“La grande bellezza”), crea soprattutto belle immagini ma, a differenza dell’ultimo Malick, non si ripete, non annoia anzi, affascina e cattura. Mi piace perché i suoi film, nonostante tanta bellezza, non sono ovattati (come possono esserlo quelli del Malick post “La sottile linea rossa”), ma sono sanguigni, come lo sono i napoletani, lui che lo è, e non si perdono in giri di parole ma dicono quello che devono dire, ’nfaccia, come si dice a Napoli, non temendo neanche le espressioni scurrili o le male parole (in “La grande bellezza” ce n’è un vasto assortimento: da “stronza” a “te facesse”) o i personaggi tamarri. Possiamo dire che la bravura di Sorrentino sta nell’elevare a arte anche ciò che arte non è; nel rendere bello ciò che bello non è, nel rendere prezioso ciò che prezioso non è e tutto grazie al mezzo filmico e al suo stile. Non dimentichiamoci dell’ironia, sempre presente, del tutto assente invece nei film di Malick (un solo esempio tratto da “Youth”: il personaggio di Maradona quando pesava uno sproposito: oberato dal suo stesso peso, in difficoltà respiratoria, addirittura grato che qualcuno si ricordi che lui è mancino eppure capace di palleggiare interminabilmente con una pallina da tennis; bellezza e ironia; bellezza e bruttezza; bellezza e malattia). Quando si finisce di vedere un film di Sorrentino non ci si può esimere dal riflettere, dal pensare e ci si scopre con un sorriso disegnato sulla faccia che vuol dire fascinazione e soddisfazione per aver assistito a uno spettacolo unico che ti ha detto molto, che ti ha dato pure delle risposte, che non è poco, in un mondo dove si fa presto a smarrire la bussola. (G.C.)

DVD, libri e Medioevo

16 Gennaio 2016 Nessun commento

“Paolo Sorrentino. La collezione completa”, in DVD. Un grande regista, di cui proprio ieri ho visto per la prima volta “Youth. La giovinezza”, la sua ultima fatica, altro emozionante capolavoro. Il Terrence Malick italiano anzi, napoletano. Orgoglio per Napoli e non solo.

“Terminator collection”, in DVD. Il cyborg per antonomasia entrato nell’immaginario collettivo grazie anche al fisico scultoreo dell’ex culturista professionista Arnold Schwarzenegger, che qui interpreta i primi tre film della saga.

“Twin Peaks. Stagioni 1 e 2″, in DVD. La saga culto ideata da David Lynch, affascinante, misteriosa, sviante, pazza, sovrannaturale, ironica. Impreziosita dalla colonna sonora jazz-sulfurea, commovente, di Angelo Badalamenti.

“A sud di nessun nord”, “Donne”, “Confessioni di un codardo”, “Post office”, “Panino al prosciutto” del grande Charles Bukowski, tra i miei scrittori preferiti. Irriverente, ironico, audace, folle, per sua stessa ammissione debitore del grande John Fante.

“Scheletro” e “Tesoro del drago”. Sono affascinato dal Medioevo e dunque colleziono miniature di cavalieri e castelli da un po’ di tempo ormai. (G.C.)

Il pianeta è delle scimmie?

15 Gennaio 2016 2 commenti

«Quando mio figlio era criaturo ’o purtavo sempe ’o zoo a vedé ’e scimmie. E isso me diceva: “Papà ma comme è possibile che degli animali accussì scieme vogliono fare quello che fanno i cristiani? Le scimmie so’ belle quando fanno quello che dice il padrone perché quando vogliono fare quello che vogliono loro s’hanna abbattere”».
Pietro Savastano (Fortunato Cerlino) nella serie televisiva «Gomorra»

Il pianeta delle scimmie

Il pianeta delle scimmie

Non credevo che la saga del “Pianeta delle scimmie”, se così vogliamo chiamarla, mi avrebbe “preso” così tanto, non so perché, forse per via di questi animali cui non mi capita di pensare spesso (seppure non dimentichi che una visione laica della nostra origine ci vede loro diretti discendenti), quindi probabilmente l’idea di ritrovarmeli sullo schermo in ben sei film, così come sono presentati nel cofanetto in mio possesso, non mi elettrizzava molto e invece. Invece mi ci sono appassionato eccome a questa storia di uomini contro scimmie e viceversa, soprattutto per la piega filosofica che la vicenda prende, sicuramente non a caso anzi, dagli sceneggiatori meditatamente studiata, ponendo con ciò addirittura in secondo piano, a mio avviso, l’aspetto fantascientifico, seppure ben presente con l’affascinante teoria della curvatura dello spaziotempo secondo cui, in soldoni, è possibile viaggiare sia nel futuro che nel passato. È bene precisare che mentre i primi cinque film fanno parte di un continuum, quindi compongono la saga, diciamo così, “originale”, il sesto film, quello diretto da Tim Burton, è un remake, con qualche cambiamento, del primo film, di cui riprende anche il nome. Ma cominciamo con ordine: in “Il pianeta delle scimmie”, diretto da Franklin J. Schaffner, Charlton Heston interpreta George Taylor, un astronauta che, per effetto della curvatura dello spaziotempo, si ritrova sulla Terra del futuro, ove l’umanità ha messo fine a se stessa con la guerra nucleare e dove le scimmie sono diventate la razza dominante e gli uomini, incapaci di parlare, trattati come schiavi; in “L’altra faccia del pianeta delle scimmie”, diretto da Ted Post, James Franciscus è Brent, l’astronauta incaricato di scoprire che cosa è successo a Taylor e al suo equipaggio e che, suo malgrado, si ritrova anch’egli catapultato sulla Terra del futuro, ove la guerra tra gorilla e una razza umana evoluta capace di comunicare tramite il pensiero, provoca la distruzione del pianeta. In “Fuga dal pianeta delle scimmie”, diretto da Don Taylor, gli scimpanzé-scienziati Cornelius (Roddy McDowall) e sua moglie Zira (Kim Hunter), approdano sulla Terra del passato dove, braccati dagli umani, fanno in tempo a dare alla luce il piccolo Cesare prima di finire ammazzati. In “1999. Conquista della Terra”, diretto da J. Lee Thompson, Cesare (Roddy McDowall) organizza e capeggia la rivolta delle scimmie nei confronti degli esseri umani. In “Anno 2670. Ultimo atto” sempre di Thompson, Cesare, nel tentativo di scoprire quale sarà il futuro della Terra, deve fronteggiare degli esseri umani deformi a causa delle radiazioni nucleari capeggiati dal terribile governatore Kolp (Severn Darden). Il remake di Burton ripropone sostanzialmente la stessa storia raccontata nel film originale: l’astronauta Leo Davidson (Mark Wahlberg), di stanza sull’astronave Oberon, nel tentativo di recuperare uno scimpanzé spedito nello spazio a indagare una tempesta elettromagnetica, ne finisce travolto, viene catapultato nel futuro e si schianta sul pianeta Ashlar, dove scopre che gli esseri umani sono dominati dai discendenti delle stesse scimmie che lui e i suoi colleghi addestravano sull’astronave Oberon prima che questa si schiantasse su Ashlar migliaia di anni prima del suo arrivo. Sono stati girati altri film ispirati alla saga originale ma non li ho visti e dunque non posso dire la mia a riguardo ma quanto ai primi cinque diciamo che il quarto episodio, “1999. Conquista della Terra”, è probabilmente il più debole, perché nulla aggiunge a ciò che viene raccontato nei precedenti e anzi esemplifica al massimo la storia, narrando sostanzialmente di una rivolta. Il quinto e ultimo film della saga originale riesce meglio, introducendo nuovi elementi quali il dictatum “Scimmia non uccide scimmia” e la sete di gloria dei gorilla esemplificati dalla figura del generale Aldus (Claude Akins) il quale rivaleggia con il suo capo Cesare e giunge perfino a ucciderne il figlio; bella anche la lunga battaglia campale fra scimpanzé e umani motorizzati. Tuttavia hanno fatto bene a chiudere la saga qui. Del film di Burton si poteva fare francamente a meno; mi spiace specialmente per il regista, che si è barcamenato in un progetto che non ha nulla a che vedere con il suo mondo personale così ben definito fatto di creature e mondi fantastici, il tutto guarnito dal suo inconfondibile tocco gotico-delicato; qui ci sono entrambi ma sono così cupi che non hanno anima, un pizzico di ironia, per giunta le musiche del fido Elfman non fanno altro che aumentare questa sgradevole sensazione. Mark Wahlberg è granitico come suo solito e perciò si adegua perfettamente all’atmosfera amorfa creata dal film e non è certo un complimento; paradossalmente è molto più espressivo Tim Roth sotto il pesante trucco da scimmia del generale Thade anzi, la sua ottima interpretazione è l’unica nota positiva del film. Non ho compreso il finale, in cui il protagonista, approdato sulla Terra, scopre che essa è in balia delle scimmie, ovvero: cosa vorrebbe significare? Sembra un colpo di scena buttato lì per stupire o per dare un seguito alla storia ma comunque lascia interdetti. Consiglio la visione della saga originale perché pone questioni intelligenti e non scontate, esposte anche in maniera filosofica, su quale sia il reale ruolo dell’uomo sulla Terra; sul ruolo di dominatore del pianeta che si è dato sa sé; sulle responsabilità che ha riguardo alla sua distruzione nonché alla propria; sugli esperimenti che fa ai danni degli animali e sul rispetto di tutte le razze viventi; sull’uso mortale delle armi nucleari; sul potere che ha la parola, sinonimo di intelligenza, e sul potere ammaliatore delle religioni che, se osservate alla cieca, possono produrre catastrofi immani. (G.C.)

È oro anche quello che non luccica

11 Gennaio 2016 Nessun commento
Il gigante

Il gigante

Esattamente cinquant’anni prima che venissimo folgorati da “Il petroliere” di Paul Thomas Anderson, protagonista uno strepitoso Daniel Day-Lewis, il regista George Stevens girò il suo capolavoro: “Il gigante”, interpretato da star come Rock Hudson (Jordan Benedict) nei panni del facoltoso proprietario di terre e di bestiame del Texas (qui soprannominato punto “Il gigante” perché all’epoca in cui si svolgono i fatti esso era lo Stato americano più esteso); Elizabeth Taylor (Leslie Lynnton) in quelli della moglie bella, ostinata e anticonformista; James Dean (Jett Rink), il meccanico indomito e arrivista al soldo dei Benedict, segretamente innamorato di Leslie e invidioso di Jordan e di tutto quanto possiede; Mercedes McCambridge (Luz Benedict), la sorella di Jordan che, appena la moglie del fratello mette piede in casa, entra in competizione con lei. E proprio questa gelosia nei confronti della giovane Leslie le procura la morte, cadendo mentre cavalca e sperona a sangue il cavallo che Jordan ha acquistato dalla famiglia di lei. Alla morte di Luz Jett eredita un pezzo di terra nella tenuta dei Benedict; Jordan e i suoi avvocati vogliono subito ricomprarselo offrendo al giovane il doppio del suo prezzo di mercato ma questi rifiuta, sancendo al contempo la fine della sua collaborazione con i Benedict. Messosi in proprio Jett scopre, un po’ fortuitamente, che nel sottosuolo di sua proprietà c’è il petrolio; mette su un cantiere per estrarlo e in breve tempo diventa più ricco dello stesso Jordan, tanto da indurlo a fare affari con lui. In realtà tutto quello che Jett fa lo fa per umiliare il suo vecchio padrone: oltre ad aver praticamente fatto cessare l’allevamento di bestiame, da generazioni l’orgoglio dei Benedict, ha intenzione di portare via a Jordan la più piccola delle sua figlie, Luz (Carroll Baker), sposandola. Insulta il primogenito di Jordan (Dennis Hopper), che ha sposato un’indiana, proibendo l’ingresso alla moglie nei suoi hotel e nei suoi negozi e prendendolo a pugni in pubblico; ma soprattutto egli è irrimediabilmente innamorato della moglie di Jordan, come confessa, solo e ubriaco fradicio, a una sala conferenze completamente vuota, ma ascoltato da Luz che, comprese le sue reali intenzioni, decide di abbandonarlo al suo destino. Il film, della durata di più di 3 ore, tratta egregiamente molti temi: l’arrivismo sociale, l’opportunismo, la sete di denaro, la megalomania (Jordan arriva a comprarsi perfino un aereo), il razzismo nei confronti degli indiani e li risolve tutti, come esemplifica la lunga scazzottata che Jordan affronta con il proprietario della tavola calda che non vuole servire la gente di colore, avendo nutrito egli stesso avversione nei loro confronti. Chissà se David Lean, regista di “Lawrence d’Arabia”, ha preso spunto dal film di Stevens per le sue ampie vedute del deserto, qui davvero avvincenti. Un colossal intelligente, pungente, che trae la propria forza dalle dinamiche che intercorrono tra gli uomini, tra gli uomini e i bambini (indimenticabile la sequenza in cui Jordan regala al piccolo figlio, futuro erede della fattoria e suo designato successore, un puledro, ma questi scoppia in un pianto dirotto dinanzi ai parenti, e il padre, anziché consolarlo, lo mette in groppa a un cavallo adulto e con lui si lancia al galoppo come un invasato, scatenando sempre più il pianto del piccolo), tra le donne e gli uomini (le punzecchiature di Leslie al marito e ai suoi amici che la escludono dalle questioni di politica). Il film ha inoltre il coraggio di mettere alla berlina i ricchi, rappresentati spesso ubriachi e accidiosi, in particolare il capofamiglia, Jordan, su cui grava anche il fardello del razzismo, nonostante nel finale lo si redima (forzatamente) tramite la scazzottata. La filantropia di Leslie per i più poveri risulta artefatta, esibita per contrastare il modo di pensare del marito. Il solo personaggio positivo è il figlio di Jordan, che rinuncia alla fattoria, fa il medico e sposa un’indiana, infischiandosene di tutto e tutti. Paradossalmente è interpretato da un giovanissimo Dennis Hopper, conosciuto soprattutto per i suoi ruoli da cattivo. Ultimo film per James Dean, scomparso poco prima della fine delle riprese a causa di un incidente stradale. (G.C.)