In apnea sotto una spessa lastra di dolore

21 Gennaio 2012 Nessun commento
Immagine tratta dal film "Babel", regia di Alejandro González Iñárritu

Immagine tratta dal film "Babel", regia di Alejandro González Iñárritu

In Marocco Abdullah (Mustapha Rachidi), un pastore, acquista un fucile da un suo conoscente cui era stato regalato da un turista giapponese a cui aveva fatto da guida; Abdullah dona l’arma ai suoi due figli, Yussef (Boubker Ait El Caid) e Ahmed (Said Tarchani), affinché lo usino per allontanare gli sciacalli dalle pecore. Tra i due fratelli, entrambi giovanissimi, Yussef, che è il più piccolo, si rivela il tiratore con la mira migliore. Forti del fatto che il venditore del fucile ha asserito che il fucile ha una gittata di tre chilometri dalla sommità di una montagna Ahmed sfida Yussef a colpire gli autoveicoli che transitano sulla strada asfaltata che taglia la pianura di sotto. I proiettili non raggiungono gli obbiettivi ma quando Yussef mira a un autobus questo è costretto a fermarsi poche decine di metri dopo perché uno dei passeggeri è stato colpito alla spalla ed è grave. Il telegiornale riferisce che una turista americana che viaggiava a bordo di un autobus è stata uccisa in un attentato. I due fratelli si rendono conto che sono stati loro la causa della morte della donna e vanno a nascondere il fucile in una cavità della montagna. La polizia indaga e comprende che a sparare è stata gente del posto; dopo avere interrogato brutalmente il venditore del fucile e la moglie si mette sulle tracce di Abdullah, che nel frattempo ha saputo dai figli tutta la verità su quello che essi hanno combinato e si fa consegnare il fucile. L’uomo, figli al seguito, abbandona la propria casa, la moglie e l’altra figlia, nella speranza di sfuggire alla polizia ma i tre vengono avvistati mentre attraversano la montagna a piedi. I poliziotti aprono il fuoco; quando Ahmed viene ferito il fratello imbraccia il fucile e spara ferendo un poliziotto; nel frattempo Ahmed finisce a terra tra le rocce colpito a morte. A questo punto padre e figlio scendono dalla montagna con le mani alzate in segno di resa; il bambino, al cospetto di un poliziotto dallo sguardo sbigottito, ammette tutte le sue colpe urlando di essere stato lui a uccidere la donna americana e di avere ferito il poliziotto. Due giovani genitori americani, Richard Jones (Brad Pitt) e Susan (Cate Blanchett), si sono concessi un viaggio in Marocco per tentare di riallacciare il loro rapporto dopo che uno dei loro tre figli è morto di SIDS (sindrome della morte improvvisa del lattante). Gli altri due bambini sono rimasti in America sotto l’ala protettiva della tata messicana cui ha badato da quando sono nati. Mentre sono in viaggio in autobus in una zona deserta circondata dalle montagne Susan, che occupa il sedile accanto al finestrino, viene colpita alla spalla da un proiettile. Il marito ordina alla guida di far fermare l’autobus e cerca un medico tra i passeggeri ma nessuno è in grado di prestare cure adeguate alla donna. L’ospedale è lontano e chiamare un’ambulanza è impossibile perché la ricezione del segnale dei telefoni cellulari è ostacolata dalle montagne che circondano la vallata. La guida propone di invertire la rotta dell’autobus e di puntare verso il proprio villaggio dove c’è un medico che può aiutare la signora. Richard accetta. Giunti al villaggio Susan viene soccorsa dal medico, che si rivela un veterinario. Il marito nel frattempo chiama l’ambasciata americana per sollecitare l’intervento dell’ambulanza ma per problemi burocratici questa non è subito disponibile; intanto il resto dei passeggeri preme per riprendere la primigenia rotta dell’autobus perché impaurito dal rischio di attentati e di aggressioni. La notizia della turista americana colpita da un proiettile fa il giro dei notiziari di tutto il mondo. Prima che faccia sera l’autobus riparte all’insaputa di Richard. Il giorno appresso Susan viene prelevata da un elicottero e portata in ospedale; qui viene operata e viene dichiarata fuori pericolo di morte. Richard chiama a casa; la tata messicana lo rassicura sulla salute dei suoi due bambini e glieli passa al telefono. Quando questi gli chiedono della mamma lui scoppia a piangere. Negli Stati Uniti Amelia (Adriana Barraza), una tata messicana cui sono affidati un bambino e una bambina, Mike (Nathan Gamble) e Debbie (Elle Fanning), decide, trasgredendo agli ordini dei genitori, di andare in Messico al matrimonio del figlio portando i piccoli con sé. Li accompagna Santiago (Gael Garcia Bernal), un giovanotto amico della donna. Festeggiato il matrimonio, a sera tarda, Amelia i bambini e Santiago si rimettono in macchina per tornare a casa. Vengono fermati per un controllo a un posto di blocco alla frontiera tra Stati Uniti e Messico. Il poliziotto (Clifton Collins Jr.) che li perquisisce è sospettoso perché i bambini sono americani mentre la donna è messicana e non è la madre. Santiago si innervosisce perché pensa che il poliziotto ce l’abbia con loro e gli voglia tirare un brutto tiro; quando gli viene ordinato di parcheggiare la macchina ignora l’ordine e preme il piede sull’acceleratore; forza il posto di blocco e si impegna in una fuga spericolata sotto lo sguardo atterrito di Amelia mentre i bambini urlano e piangono. La donna, terrorizzata, lo prega di fermarsi. Santiago accosta e fa scendere lei e i bambini nel bel mezzo del deserto quindi riprende la fuga. Trascorsa la notte dormendo all’addiaccio Amelia lascia i bambini da soli per andare a cercare aiuto sotto il sole cocente del deserto. Viene soccorsa da un poliziotto che la dichiara in arresto. I due provano a ritrovare i bambini ma inutilmente; vengono ritrovati più tardi da un’altra pattuglia della polizia. Informati dell’accaduto i genitori decidono di non sporgere denuncia nei confronti della tata ma Amelia, che vive negli Stati Uniti da sedici anni, viene condannata dalle autorità americane a lasciare il paese per sempre. Giunta in Messico la donna si ricongiunge al figlio scoppiando in lacrime. A Tokio Chieko Wataya (Rinko Kikuchi), un’adolescente sordomuta, cerca in tutti i modi di farsi amare da uno dei suoi coetanei ma viene puntualmente respinta non perché non sia bella ma per il suo grave handicap. Non appena viene avvicinata dai ragazzi questi scoprono con stupore e timore che ella non è in grado né di parlare né di sentire e perciò si dileguano così come si sono manifestati. Durante una visita dentistica Chieko provoca sfacciatamente il medico il quale, scioccato e sdegnato, la caccia malamente dallo studio. Nell’ingresso dello stabile in cui abita riceve la visita di due ispettori di polizia; la ragazza legge loro le labbra e comprende che essi vogliono parlare con il padre, Yasujiro (Kôji Yakusho), che però non è in casa; il più giovane tra i due le lascia un biglietto con su scritto il suo numero di cellulare affinché la ragazza possa contattarlo appena il papà rincasa. Chieko ha un’amica che ha il suo stesso handicap; insieme si recano in discoteca accompagnati da certi ragazzi che hanno conosciuto da poco e che sembrano provare una simpatia nei loro confronti; mentre l’amica viene baciata da un ragazzo Chieko per l’ennesima volta resta a bocca asciutta così se ne torna a casa sola e sconsolata. Prima di raggiungere l’appartamento fa chiamare dal portinaio l’ispettore di polizia affinché gli dica che deve parlargli. Quando il poliziotto si presenta a casa sua la ragazza, comunicando attraverso un block-notes, gli rivela che la madre non è stata uccisa dal padre ma si è suicidata gettandosi dal balcone. Il poliziotto le fa capire che ha frainteso, che lui non si trova lì per indagare sul suicidio della genitrice. Prima che l’ispettore possa andare via Chieko va nella sua stanza, si spoglia, e si offre a lui nuda; lo stringe a sé e lo bacia ma il poliziotto la respinge delicatamente dicendole che non è giusto e che lei è troppo giovane. La ragazza scoppia in un pianto dirotto. Quando il padre rincasa l’ispettore gli riferisce che una cittadina americana in vacanza in Marocco è stata colpita da un proiettile di fucile e gli chiede se è vero che mentre lui era in Marocco ha donato un fucile dello stesso tipo a un abitante del posto; Yasujiro conferma di avere fatto dono dell’arma a una guida. Prima di andare via l’ispettore si dice dispiaciuto per la moglie che si è suicidata gettandosi dal balcone; l’uomo, alterato, gli dice di lasciarlo in pace e lo corregge dicendo che la moglie è morta sparandosi alla testa. “Babel” di Alejandro González Iñárritu è il racconto di quattro drammatici episodi intrecciati tra loro tramite un sapiente lavoro di montaggio; a mano a mano che le storie si dipanano lo spettatore può ricostruire il filo comunicante tra le vicende secondo un meccanismo che ormai è divenuto una prassi per il cinema americano; si pensi a “Magnolia” di Paul Thomas Anderson o a “Traffic” di Steven Soderbergh solo per fare qualche celebre esempio. Gli spezzoni di episodi che via via sono narrati e su cui, com’è naturale che sia in questo tipo di operazione, si torna più volte, non hanno una durata fulminea così concedono allo spettatore il tempo di gustare la storia e creano empatia tra lui e i personaggi che li popolano. Nessun episodio è migliore dell’altro; “Babel” è un unico, teso dramma. La Babele di linguaggi e di nazionalità che esso mette in campo crea tra i personaggi un’incomunicabilità perenne che è il suo vero fil rouge; ne è portabandiera la ragazza sordomuta protagonista dell’episodio giapponese, vogliosa di relazionarsi all’altro non solo a gesti ma con il corpo e che puntualmente vede disattese le sue aspettative. Affetto che, pur essendo un sentimento molto esplicato in varie situazioni delle vicende narrate, viene meno in altrettante altre sotto forma di una sua privazione improvvisa e perciò più drammatica. Se si eccettua la lunga sequenza festosa del matrimonio in odore di ciminiana memoria il film non concede momenti altri rispetto al dramma che va raccontando costringendo di fatto lo spettatore a restare in apnea sotto una spessa lastra di dolore. (Gennaro Chierchia)

A difesa di un principio elementare

15 Gennaio 2012 Nessun commento
Immagine tratta dal film "Open range. Terra di confine", regia di Kevin Costner

Immagine tratta dal film "Open range. Terra di confine", regia di Kevin Costner

Quattro mandriani, Boss Spearman (Robert Duvall), Charley Waite (Kevin Costner), Mose Harrison (Abraham Benrubi) e “Button” (Diego Luna), che conducono le vacche al pascolo nella prateria, si imbattono in Harmonville, una cittadina tiranneggiata da uno spietato possidente terriero, Denton Baxter (Michael Gambon) e dal suo sceriffo leccapiedi, Poole (James Russo). Quando Mose viene prima pestato e poi arrestato dagli uomini dello sceriffo i suoi amici decidono di farsi giustizia da sé trascinando seco l’intera comunità cittadina, stufa della tirannia cui è sottomessa. “Open range. Terra di confine” di Kevin Costner incomincia con inquadrature ampie che paiono dipinti: i cow-boy sono ripresi in primo piano mentre sullo sfondo scorre l’immensa prateria. La narrazione procede lenta soffermandosi sulla vita errabonda dei mandriani: momenti duri e allo stesso tempo idillici. C’è il più anziano, Boss, che è il capo e c’è quello di mezza età, Charley, che ha un passato da soldato-killer che si rimette alle decisioni di Boss per placare i propri fantasmi. Poi ci sono i due più giovani, Mose e Button; quest’ultimo è solo un ragazzo. L’equilibrio di questa “famiglia” particolare viene guastato da uomini bramosi di potere cui non piace la gente come loro e che per questo motivo tenta di annientare con la violenza. La violenza chiama violenza. Dopo la dipartita di Mose e il ferimento di Button i due mandriani superstiti sono “costretti” a scendere in città per difendere, come dice Boss, la loro libertà. Qui non si tratta di custodire vacche ma di far valere un principio tanto elementare quanto fondamentale. I giustizieri sanno che probabilmente moriranno ma non gli importa: sostano spavaldi nella città in cui sono ricercati e minacciano a viso aperto lo sceriffo che ha ordine di catturarli. Quando si arriva alla resa dei conti l’atteggiamento dei due uomini non cambia: affrontano la superiorità numerica del nemico offrendo il proprio corpo al sacrificio. Ammazzano a sangue freddo rischiando di morire in ogni istante. La chiave di lettura di questa pellicola cupa, solo mitigata dalla bellezza naturale visibile nelle prime sequenze e che molto somiglia a certi western apocalittici diretti da Clint Eastwood (“Il cavaliere pallido”, “Gli spietati”), appare questa: quando è in ballo ciò che ritiene una giusta causa un uomo deve battersi per essa costi quel che costi; a questo punto la vita non ha nessuna importanza, né la sua né quella del suo nemico. (Gennaro Chierchia)

L’amore sopra ogni cosa

12 Gennaio 2012 Nessun commento
Immagine tratta dal film "Le onde del destino", regia di Lars von Trier

Immagine tratta dal film "Le onde del destino", regia di Lars von Trier

Nei primi anni Settanta, in Scozia, la giovane Bess McNeill (Emily Watson) si innamora di Jan Nyman (Stellan Skarsgård), un operaio che lavora su una piattaforma petrolifera in mezzo al mare. Dopo avere subito un esaurimento nervoso a causa della scomparsa del fratello il matrimonio con Jan riporta il sorriso sul suo volto, nonostante la piccola comunità bigotta non veda di buon occhio l’unione con lo straniero. Ma la felicità dura poco per Bess: Jan deve tornare sulla piattaforma. Così Bess prega il Signore perché Jan torni presto e, quando questi torna prima del previsto a causa di un brutto incidente che ha avuto sul lavoro, Bess si convince che è stata tutta colpa sua. Jan è paralizzato dal collo in giù; costretto nel letto e con la mente obnubilata dal trauma alla testa e dalle continue operazioni al cervello, nonché dai farmaci che è costretto a prendere, convince Bess a prostituirsi e poi, attraverso i suoi racconti, a rivivere insieme le sue esperienze sessuali. Convinta del suo potere di migliorare le condizioni di salute del marito esaudendo i suoi, seppur orridi, desideri, Bess si spinge sempre oltre, finché non si fa trasportare su una nave tra le grinfie di due sadici pescatori… “Le onde del destino” è uno dei più bei film diretti dal temerario regista danese Lars von Trier. Complesso sul piano emotivo e tanto estremo da indurre lo spettatore ad amarlo o odiarlo. Il personaggio di Bess segue la sua personale via crucis (si veda la scena in cui porta a mano la sua lambretta mentre dei ragazzini le vanno dietro e la prendono a sassate e a spintoni); non ha alcun rispetto per il proprio corpo, né paura; farebbe di tutto per amore, per amore del suo Jan. Per capire a fondo la complicata personalità di Bess bisogna tenere presente la perdita del fratello, che l’ha ridotta all’esaurimento nervoso, e alle successive cure che ha ricevuto in ospedale. La fragilità emotiva e l’influenza che il marito sul punto di morte hanno su di lei la conducono al calvario. Alcuni accorgimenti stilistici fanno prendere fiato dal dramma che viene raccontato: l’utilizzo della camera a mano, la divisione in capitoli con le immagini realizzate al computer (o ritoccate) accompagnate dalle canzoni in voga negli anni Settanta. Il finale osa nonostante sia consolatorio. Attori bravissimi, a cominciare dalla protagonista, Emily Watson, straordinaria nel tratteggiare un personaggio dalle mille sfaccettature, nell’essere dolce e inquietante allo stesso tempo. Stellan Skarsgård nella parte di Jan riesce nel difficile compito di interpretare un personaggio rassicurante (prima di subire l’incidente) quanto odioso (quando finisce immobilizzato nel letto). Katrin Cartlidge, che interpreta Dodo, l’infermiera amica di Bess, è invece la donna “dura”, con la testa sulle spalle, che prova ripetutamente a rimettere Bess sulla retta via. Il regista è implacabile nell’affrescare la piccola comunità religiosa comandata da vecchi barbosi che, ai funerali di coloro i quali non hanno osservato le regole scritte da loro, dichiarano candidamente che debbono andare all’inferno e sputano sulle bare. Per il suo comportamento libertino Bess è scacciata dalla comunità e quando chiede aiuto alla madre (Sandra Voe) questa non le apre la porta di casa; si ricongiunge alla figlia solo quando Bess giunge in ospedale in fin di vita. (Gennaro Chierchia)

A cavallo di un sogno

8 Gennaio 2012 Nessun commento
Immagine tratta dal film "Indian. La grande sfida", regia di Roger Donaldson

Immagine tratta dal film "Indian. La grande sfida", regia di Roger Donaldson

Nuova Zelanda, 1967. Burt Munro (Anthony Hopkins) è un signore di settantadue anni in pensione che ha una passione sfrenata per la sua motocicletta, una Indian Twin Scout del 1920, cui si dedica tutti i giorni, ne ripara i pezzi con le proprie mani e la modifica per potenziarne le prestazioni. Dopo un duello in moto in spiaggia con una banda di giovani centauri, nel corso del quale cade rovinosamente, Burt viene ricoverato in ospedale per infarto. Nonostante i medici gli vietino nel modo più assoluto di risalire in sella alla sua moto Burt non abbandona il suo sogno nel cassetto di correre nel circuito di Bonneville, nello Utah, per stabilire il record mondiale di velocità a bordo della sua adorata Indian; per farlo gli occorre parecchio denaro che ottiene ipotecando la propria casa. Carica la moto su una nave e, per pagarsi il viaggio, si presta a fare da cuoco per l’equipaggio. A Los Angeles, presso l’ambiguo albergo in cui capita, conosce Tina Washington, (Chris Williams), il portiere di colore travestito e bonaccione, di cui carpisce le simpatie; Tina si prende carico dello spaesato vecchietto neozelandese, gli offre uno sconto sulla camera e, il giorno dopo, lo accontenta accompagnandolo da un concessionario di macchine usate. In realtà Tina ha preso una vera e propria cotta per il vecchio Burt, che inizialmente non si era nemmeno reso conto che Tina fosse in realtà un uomo. Al concessionario compra una macchina usata contrattando abilmente sul prezzo e, riparata la macchina a Fernando (Paul Rodriguez), il venditore, ottiene di usare il suo garage per costruire il carrello col quale portare in giro la Indian. Salutata Tina Burt si mette in viaggio verso Bonneville ma lungo la strada il carrello perde una ruota ed è costretto a fermarsi; viene in suo soccorso un indiano, che lo aiuta a rimettere in piedi la moto e lo invita a passare la notte nella sua casa. Oltre a un giaciglio per la notte dall’indiano Burt ottiene anche un ottimo ma disgustoso rimedio per i suoi fastidiosi dolori alla prostata: polvere di testicoli di cane. Rimessosi in viaggio trova pure il tempo di andare a letto con Ada (Diane Ladd), una matura vedova che vive praticamente in mezzo al nulla e che si augura di poter rivedere l’intraprendente vecchietto nel prossimo futuro. A Bonneville Burt fa amicizia con Jim Moffit (Chris Lawford), un uomo di mezza età anche lui corridore che vanta conoscenze tra gli organizzatori della corsa e molto stimato dalla comunità del posto. È grazie al suo intervento che può gareggiare; infatti a Burt non era passato neanche per l’anticamera del cervello che per poter partecipare alla gara vi si dovesse iscrivere e che fosse stato fissato un termine entro cui farlo; inoltre la sua Indian, secondo il parere dei giudici che l’hanno esaminata, risulta poco sicura e durante la gara potrebbe mettere a repentaglio la sua vita. Dulcis in fundo Burt omette di informare chiunque di essere infartuato. In un giro di prova sulla piattissima superficie del lago salato su cui si può raggiungere il massimo della velocità si accorge che, superate le settanta miglia orarie, la moto inizia a sbandare; prova a stabilizzarla con un blocco di piombo ma il rimedio non lo convince; deve contenere il movimento della moto con le proprie forze. Inoltre la caviglia, a contatto con la marmitta surriscaldata, si ustiona così la fascia con una garza di amianto ma anche questo rimedio si rivela inefficace perché la fasciatura occupa troppo spazio all’interno della carenatura della moto tanto che Burt non riesce più a infilarcisi dentro. Non gli resta che sopportare il dolore. Il giorno della gara, sotto gli sguardi increduli del pubblico e degli organizzatori, Burt porta la propria Indian all’incredibile velocità di duecentouno miglia orarie, stabilendo un record tuttora imbattuto. Trionfante torna in Nuova Zelanda dove viene accolto come una gloria dai suoi connazionali. Tornerà a gareggiare a Bonneville per ben otto volte stabilendo nuovi record. “Indian. La grande sfida” di Roger Donaldson, basato su una storia vera, è un film che ci insegna due cose molto importanti: che un uomo, seppure avanti negli anni, non deve mai abbandonare i propri sogni; che per fare del buon cinema c’è bisogno essenzialmente di un ingrediente: una bella storia da raccontare. Anthony Hopkins, dopo avere prestato per tanti anni il proprio volto a personaggi ambigui e/o cattivi, ci meraviglia con questa interpretazione misurata ma camaleontica; come vederlo rinascere artisticamente. Finalmente un film fatto di scene che si prendono il tempo di cui bisognano, che non sfuggono sotto l’accetta impazzita del montaggio. Popolato di personaggi simpatici e credibili che imbastiscono dialoghi concreti ma che per la propria concretezza si fanno astratti e quindi subliminale insegnamento di vita. Un’armonia di fondo accompagna la storia e, in procinto di giungere al finale, tutti tifiamo per il vecchio Burt affinché possa portare a compimento il proprio sogno su due ruote, che poi è quello di tutti noi. Una pellicola che crea empatia, cosa rarissima da trovare in un cinema, quello moderno, sempre più asettico, vuoto e fracassone. (Gennaro Chierchia)

Il poliziotto dei poliziotti

5 Gennaio 2012 Nessun commento
Immagine tratta dal film "Serpico", regia di Sidney Lumet

Immagine tratta dal film "Serpico", regia di Sidney Lumet

Frank Serpico (Al Pacino) è un poliziotto italo-americano di origini napoletane che vive nel Bronx; il padre ha un negozio di scarpe che gestisce insieme all’altro figlio. Egli è un poliziotto devoto al proprio mestiere e ha come obiettivo quello di diventare detective; presso l’Ufficio Criminale si mette subito in luce per avere catturato uno dei tre giovani malviventi che stavano per attuare uno stupro ai danni di una donna. Facendo ragionare il ragazzo Frank riesce a farsi dire chi sono i suoi complici e li cattura; ma lo fa fuori dalla propria giurisdizione e, per questo motivo, alla centrale di polizia gli dicono che non possono assegnargli la paternità dell’arresto; sul rapporto figurerà che ne ha solo preso parte. Questo episodio fa capire a Frank che non tutto gira come deve tra le forze dell’ordine ma non è che l’inizio. A un corso di spagnolo Frank conosce Leslie Lane (Cornelia Sharpe), una ballerina, con la quale ha una relazione. Per lei è “Paco”, come per tutte le sue fidanzate. Alla centrale, scherzando con un collega, Frank si lascia andare a un balletto che attira l’attenzione del tenente Steiger; poco dopo Frank si reca nello spogliatoio dove un altro collega, al buio e al di qua della finestra, con un binocolo sta spiando una donna nel suo appartamento. Frank viene invitato a guardare. Improvvisamente fa la sua comparsa il tenente Steiger, il quale accusa Frank di avere rapporti sessuali nello spogliatoio coi suoi colleghi di lavoro. A seguito di questa accusa, seppure ingiusta, e su consiglio del capitano McClain (Biff McGuire), Frank viene trasferito al distretto 93 presso la squadra investigativa. Cambia casa e prende con sé un cane pastore che chiama Alfie. Chiede al suo superiore, l’ispettore Kellogg, di svolgere il proprio servizio in strada senza indossare l’uniforme per non dare nell’occhio e colpire più facilmente i criminali; la sua richiesta viene accolta. Dopo la consegna di una bustarella, che si rifiuta di prendere, Frank scopre che l’intero distretto 93 è corrotto; denunciato l’episodio a Kellogg l’ispettore fa finta di niente. Paradossalmente proprio per la sua onestà e incorruttibilità Frank è costretto a cambiare nuovamente sede di lavoro. Stavolta finisce alla VII divisione, che gli hanno assicurato essere “pulita”. Frattanto conosce la sua nuova vicina di casa, Laurie (Barbara Eda-Young), che di mestiere fa l’infermiera e ci si mette insieme; anche per lei è “Paco”. Frank si rende conto che la condotta lavorativa della VII divisione è ancora peggiore: i colleghi con cui fa coppia, prima Don Rubello (Norman Ornellas) poi Assano, sono degli “esattori” e fanno la cresta sugli scommettitori. Ogni mese la combriccola di poliziotti marci intasca fior di dollari. Frank non ci sta più ad assistere impassibile a tutto questo marciume e, procuratosi le informazioni necessarie, riferisce tutto al capo della polizia Delaney il quale, però, non muove un dito. Tramite Bob Blair (Tony Roberts), suo amico fidato e poliziotto, si rivolge a Jerry Berman, il braccio destro del sindaco, affinché si faccia qualcosa contro la corruzione nella polizia; però anche il primo cittadino liquida la questione con la scusante che ha altre priorità. Frank è frustrato e amareggiato e se la prende con Bob, che gli aveva garantito che grazie alle sue amicizie nelle alte sfere della politica la faccenda si sarebbe risolta. Intanto i suoi colleghi di lavoro, quelli corrotti, gli fanno terra bruciata intorno perché hanno capito che Frank sta spifferando in giro le loro malefatte e quindi temono di finire sotto processo. Frank arresta Corsaro, uno strozzino italiano che si è fatto quindici anni di galera per avere ammazzato un poliziotto, lo porta in centrale ma i suoi colleghi, invece di torchiarlo come si deve, lo fanno mettere comodo e lo difendono. Frank, infuriato, prende il criminale e senza tanti complimenti lo sbatte in gabbia sotto gli sguardi esterrefatti dei poliziotti. Si presenta nuovamente dinanzi a Delaney per denunciare la corruzione nella polizia ma questa volta non è solo: a dargli man forte ci sono l’ispettore Palmer, il vice ispettore Gilbert e l’ispettore capo Daily. Dicendo loro di sbrigarsela da sé, in quanto ne hanno tutte le capacità, di fatto il capo della polizia se ne lava le mani. Tauber, il procuratore distrettuale, vuole far deporre Frank davanti al gran giurì ma il poliziotto si rifiuta perché ha capito che si tratterebbe di un processo-farsa, al termine del quale sarebbero presi solo i pesci piccoli mentre quelli grossi continuerebbero a nuotare indisturbati. Frank, grazie anche all’intervento dell’incorruttibile ispettore Sidney Green (John Randolph), alla fine si convince a testimoniare ma come volevasi dimostrare gli viene impedito di fare i nomi di Kellogg, McClain e compagnia bella. Ancora una volta Frank viene trasferito, destinazione VIII distretto di Manhattan; anche qui vige la corruzione tra gli agenti di polizia ma questa volta Frank trova un alleato proprio in colui che dirige la baracca, l’ispettore Lombardo, con cui fa anche coppia fissa sul lavoro. Visto che le vie legali non servono a granché Frank si convince a rivolgersi alla stampa e per farlo si rimette in contatto con Bob; questi, nonostante fosse stato bistrattato proprio da Frank, lo aiuta: le denunce di Frank, con tanto di nome e cognome, appaiono sul New York Times. Le parole messe nero su bianco hanno come conseguenza la nomina di una commissione d’indagine da parte del sindaco e il trasferimento di Frank presso la narcotici di Brooklin sud. Prima che vada via Lombardo consiglia a Frank di guardarsi le spalle dagli uomini con cui di lì a poco andrà a lavorare. È una premonizione. Alla narcotici la corruzione dilaga; i poliziotti sanno bene chi è Frank e gli dicono subito che gli conviene non rompere le uova nel paniere. Frank e due suoi colleghi stanno compiendo un’operazione atta ad acciuffare un grosso spacciatore di droga; Frank è davanti alla porta dell’appartamento in cui il criminale è rintanato; qualche metro dietro di lui ci sono gli altri due poliziotti pronti ad intervenire. Quando al di là della porta gli chiedono che cosa vuole Frank risponde che vuole la droga. La porta si apre ma i criminali, fiutata la trappola, la richiudono prontamente, incastrando la testa e parte del corpo di Frank tra lo stipite e la porta. Frank urla ai colleghi dietro di sé di intervenire ma quelli non muovono un dito; frattanto uno dei criminali al di là della porta ha estratto la pistola e spara a Frank in faccia quasi a bruciapelo; solo allora uno dei due poliziotti che stavano alle spalle di Frank fa irruzione nell’appartamento mentre l’altro, constatate le condizioni critiche del collega disteso a terra, corre a chiedere aiuto. Ricoverato in ospedale Frank viene giudicato gravissimo ma non in pericolo di vita; fortunatamente la pallottola non ha lesionato la spina dorsale. L’ispettore Green va a trovarlo e gli consegna personalmente la placca d’oro di detective ma Frank è tutt’altro che fiero: la prende come il contentino per il poliziotto incorruttibile e fesso che si è fatto sparare in faccia. La convalescenza dura due mesi. Frank torna a camminare sulle proprie gambe ma l’udito all’orecchio sinistro è compromesso in maniera permanente. Prima di lasciare la polizia dopo tredici anni di servizio e di trasferirsi in Svizzera davanti alla commissione d’inchiesta e in presenza della stampa Frank denuncia la corruzione tra i suoi colleghi di lavoro. “Serpico” di Sidney Lumet è un’opera a metà strada tra il poliziesco e il film “impegnato”; tratto dalla storia vera dell’agente di polizia Frank Serpico esso, in osservanza al realismo tipico del cinema anni Settanta non solo americano, è un racconto nudo e crudo e ciò non può essere che un pregio. A ciò si aggiunge un Al Pacino in gran forma che non gigioneggia ma che sa quando scatenarsi e quando deve contenersi; la sua recitazione equilibrata è lo specchio del film e viceversa. Ma “Serpico” non avrebbe tanta rilevanza senza la robusta sceneggiatura di Waldo Salt e Norman Wexler, basata su fatti realmente accaduti, che alterna nella giusta misura scontri verbali per l’ottenimento della verità e scontri fisici per l’ottenimento del rispetto della legge. La lotta di un uomo contro le ingiustizie commesse proprio da chi deve assicurare la giustizia è raccontata da Lumet con onestà e piglio documentaristico. (Gennaro Chierchia)

Il riscatto di una vita passa per il ring

1 Gennaio 2012 Nessun commento
Immagine tratta dal film "Lassù qualcuno mi ama", regia di Robert Wise

Immagine tratta dal film "Lassù qualcuno mi ama", regia di Robert Wise

Thomas Rocco Barbella (Paul Newman) è un ragazzo italo-americano difficile, che fin da piccolo viene messo sotto dal padre Nick (Harold J. Stone) fallito pugilatore per amore della moglie (Eileen Heckart), la quale non voleva che il marito si facesse picchiare per vivere. Rocco cresce perciò nell’odio e frequenta cattive amicizie; si procura da vivere rubando nelle case della gente e saccheggiando furgoni stipati di vestiario. Finisce in riformatorio ma neanche lì riescono a domare la sua indole feroce; il ragazzo infatti è impermeabile a qualunque subordinazione e prende a cazzotti chiunque tenti di dirgli cosa deve o non deve fare. Anche quando viene costretto ad arruolarsi nell’esercito americano per servire il Paese contro Hitler riesce a mettersi nei guai, stendendo il capitano incaricato di punirlo per avere disubbidito agli ordini di un caporale. Decide di disertare e, con l’idea di racimolare il denaro per comprarsi il silenzio dell’ufficiale, si reca in una palestra per pugili indicatagli da Frankie Peppo (Robert Loggia), un suo amico galeotto, e indossa per la prima volta i guantoni. Lì lo fanno combattere e guadagna i suoi primi dieci dollari. Disputa altri cinque incontri col nome d’arte di Rocky Graziano vincendoli tutti, prima che i militari lo prelevino per portarlo in giudizio dinanzi alla corte marziale. Rocco viene espulso dall’esercito e condannato a un anno di lavori forzati; grazie a una scazzottata con un detenuto viene notato dal responsabile della squadra pugilistica della prigione, che lo convince ad allenarsi e a sfruttare la sua rabbia per guadagnarsi da vivere una volta libero. Così, quando esce, torna a combattere, e in tre anni arriva a gareggiare per il titolo di campione mondiale dei pesi medi contro il pugile Tony Zale (Court Shepard); ma viene sconfitto. Frattanto si è sposato con Norma (Pier Angeli), un’amica della sorella, da cui ha avuto una figlia. Tutto va a gonfie vele finché Frankie si rifà vivo e lo minaccia di spifferare alla stampa il suo passato di delinquente e che è stato espulso dall’esercito se non finirà al tappeto nel suo prossimo incontro contro Ruben “cow boy” Shank, un pugile mediocre. Rocco non ci sta e, fingendo di avere male alla spalla, non sale sul ring. Questo gli costa la licenza per boxare nello stato di New York. Ciononostante riesce a disputare la rivincita per il titolo mondiale a Chicago, vincendo. Tratto dall’autobiografia di Rocky Graziano “Lassù qualcuno mi ama” di Robert Wise è un capolavoro assoluto sul mondo della boxe; possiede un gran ritmo e alterna con disinvoltura episodi drammatici a episodi picareschi. Paul Newman è in forma strepitosa, sia atletica che recitativa. L’attore, improntando la recitazione sul metodo Stanislavskij appreso all’Actor’s Studio, è un’esplosione di intuizioni che riempiono lo schermo e fanno restare lo spettatore estasiato. C’è nel suo personaggio la stessa inquietudine che attraversava James Dean in “Gioventù bruciata”; la stessa rabbia e la stessa febbre. Non a caso Dean avrebbe dovuto interpretare proprio il ruolo di Graziano ma morì in un incidente automobilistico prima dell’inizio delle riprese. (Gennaro Chierchia)

Il focolaio dei sentimenti

22 Dicembre 2011 Nessun commento
Immagine tratta dal film "Kitchen stories. Racconti di cucina", regia di Bent Hamer

Immagine tratta dal film "Kitchen stories. Racconti di cucina", regia di Bent Hamer

Negli anni Cinquanta un gruppo di scienziati svedesi decide di studiare, monitorandoli ventiquattro ore su ventiquattro, le abitudini in cucina dei single norvegesi per ottimizzare le loro attività in questo ambiente della casa. Ma uno di essi, Folke Nilsson (Tomas Norström), invece di osservare il vecchio Isak Bjørvik (Joachim Calmeyer) senza interferire nei suoi gesti quotidiani, instaura con lui una profonda amicizia, il che suscita le ire del suo superiore, che giudica questo loro rapporto compromettente per l’intero esperimento. “Kitchen stories. Racconti di cucina” di Bent Hamer ha un incipit vorticoso, un caos di parole e di immagini, poi plana dolcemente nella cucina dove in pratica si svolge il settanta per cento della storia. Folke infatti siede su uno scranno alto in un angolo della stanza da cui annota le azioni del vecchio Isak su una lavagnetta. Questo set insolito rende il film stuzzicante ché uno si chiede che cosa racconterà il regista in un ambiente così ristretto per tutto il tempo che manca fino alla parola fine; difatti sono messi in scena gesti banali, riti quotidiani come il caricamento della pipa o il prendere il caffè col vicino di casa, i quali affascinano proprio per la loro semplicità se rapportati a un mondo che va sempre di corsa. Ci sono alcune scenette costruite apposta per suscitare il sorriso ma non sono buttate lì come riempitivo bensì evidenziano l’insolito rapporto, all’inizio ostile, tra “osservato” e “osservatore”. Il modo in cui a poco a poco tra i due uomini nasce l’affetto e il rispetto reciproco è sincero e autentico e certi passaggi sono perfino commoventi; per esempio quando Folke decide di festeggiare il compleanno del vecchio Isak con una torta a strati e liquore; o quando questi salva Folke dal suicidio andandolo a togliere dalle rotaie col suo cavallo malato. Consigliato per chi ama le storie dove i sentimenti sono in primo piano e ama prima di tutto “osservare” e “ascoltare”. (Gennaro Chierchia)

Un ospedale da esorcizzare

20 Dicembre 2011 Nessun commento
Immagine tratta dal film "The Kingdom. Il Regno", regia di Lars von Trier

Immagine tratta dal film "The Kingdom. Il Regno", regia di Lars von Trier

Il Regno è un ospedale di Copenaghen. Qui, nel lontano 1919, una bambina di nome Mary (Annevig Schelde Ebbe) è morta in circostanze misteriose; il suo spettro si aggira per l’ospedale, manifestandosi nella colonna dell’ascensore e nei trenta chilometri di sotterranei. La sensitiva Sigrid Drusse (Kirsten Rolffes), che ha un figlio, Bulder (Jens Okking), che fa il portantino nel Regno, si fa ricoverare ripetutamente da quando ha avvertito la presenza dello spettro con l’obiettivo di capire perché esso sia tanto infelice e per cercare di aiutarlo. Concepito per la televisione “The Kingdom. Il Regno” di Lars von Trier è geniale quanto il regista che l’ha ideato e diretto. Il film, nonostante sia lungo quattro ore, non perde un colpo ed è pieno di trovate, sia stilistiche che di contenuto; quanto alle prime: le immagini sgranate, le sequenze girate con la macchina da presa a mano e riprese da più angolazioni e l’inserimento di un “coro” affidato a una coppia di bambini affetti dalla sindrome di Down. La storia principale si compone di numerose sottostorie basate sul tono macabro/horror che caratterizza la pellicola: il patologo Bondo (Baard Owe) vuol farsi trapiantare il fegato malato di un malato terminale di cancro; il primario svedese Stig Helmer (Ernst-Hugo Järegård) va ad Haiti per carpire la formula che trasforma gli esseri umani in zombie e sfruttarla sui tanto disprezzati danesi. Fondamentale è lo humour nero, in certe scene davvero esilarante, come quando il ministro della Salute ispeziona il Regno e sorprende la signora Drusse, il figlio e il dottor Krogshøj (Søren Pilmark) alle prese con l’esorcismo della piccola Mary. Parimenti alcune sequenze sono da voltastomaco: in una si indugia sulla trivellazione del cranio di un paziente e in un’altra si “gioca” con la testa decapitata da un cadavere. (Gennaro Chierchia)

In fondo voleva solo fare la mamma…

18 Dicembre 2011 Nessun commento
Immagine tratta dal film "Kill Bill. Volume 1", regia di Quentin Tarantino

Immagine tratta dal film "Kill Bill. Volume 1", regia di Quentin Tarantino

In una cappella a El Paso, in Texas, si stanno svolgendo le prove di un matrimonio quando quattro killer, O-Ren Ishii (Lucy Liu), Vernita Green (Vivica A. Fox), Elle Driver (Daryl Hannah) e Budd Gunn (Michael Madsen), capeggiati dal fratello di quest’ultimo, lo spietato Bill (David Carradine), fanno irruzione sparando sui futuri sposi, gli invitati, l’organista (Samuel L. Jackson), il prete (Bo Svenson) e la moglie (Jeannie Hepper). Muoiono tutti eccetto la promessa sposa, che si chiama Beatrix Kiddo (Uma Thurman) ed è incinta. Bill, che è il padre del nascituro, le ha piantato un proiettile di pistola in testa ma questo non è bastato a spedirla all’altro mondo: Beatrix è entrata in coma e ci resterà per quattro lunghi anni. Un giorno si sveglia scoprendo di avere perso il bambino e scappa dall’ospedale. In realtà lei era un killer al soldo di Bill, che era il suo capo e il suo amante. Quando scoprì di essere incinta di Bill Beatrix decise di non uccidere più. Scappò a El Paso per crearsi una nuova vita; qui conobbe Tommy Plimpton (Christopher Allen Nelson), il proprietario di un negozio di dischi usati. Aveva intenzione di sposarlo e di crescere con lui il bambino che portava in grembo. Ora che questa prospettiva di vita le è stata strappata con la violenza il suo unico obiettivo è quello di vendicarsi dei suoi ex amici-killer e di Bill. Vola a Okinawa per farsi costruire la migliore katana da Hattori Hanzo (Sonny Chiba), il più esperto forgiatore di spade al mondo, e con quella ritorna in America per dare inizio alla propria vendetta. Quello che Beatrix ignora è che il bambino che credeva di avere perso è invece vivo ed è una femmina e sta a casa di Bill… Dopo il formidabile debutto di “Le iene”, il successo planetario di “Pulp Fiction” e il sottovalutato “Jackie Brown” con “Kill Bill” il regista Quentin Tarantino si spinge più in là e di molto. Girando un film che dura più di tre ore che perciò fa uscire nelle sale cinematografiche separatamente, in due capitoli distinti. Il primo capitolo è il migliore perché qui ci sono più trovate stilistiche e coreografiche rispetto al secondo, che è più cupo e più statico. Ovviamente bisogna giudicare “Kill Bill” nel suo complesso: si tratta di una pellicola che funziona nonostante i suoi eccessi o proprio per questo. Per apprezzarla bisogna dimenticare la fedeltà alla realtà a cui il regista ci aveva abituato nelle sue opere precedenti; bisogna spegnere la ragione e credere a un mucchio di cose decisamente inverosimili: la protagonista che riceve un colpo di pistola in testa e che si risveglia senza riportare alcuna lesione cerebrale o deficit fisico; che da sola e in pochi minuti sbaraglia più di ottanta nemici armati fino ai denti; che grazie a esclusive tecniche di kung-fu riemerge dal terreno in cui è stata sepolta usando il pugno come una trivella… Se si accetta tutto questo e molto altro si può apprezzare il film e ci si rende conto che nella sua “follia” esso è qualcosa di eccezionale e di visionario. Quanto a gusti musicali, trovate stilistiche e scelte di montaggio Tarantino conferma di avere stoffa da vendere. Il film procede continuamente avanti e indietro svelando la trama a poco a poco; in tal modo lo spettatore è mantenuto sulle spine ed è maggiormente coinvolto. Questo espediente narrativo è stato adoperato anche nei film precedenti di Tarantino ma qui raggiunge l’apoteosi. Sono state mischiate più tecniche cinematografiche tra cui lo split screen, molto in voga negli anni Settanta (Brian De Palma docet), e il cartone animato: tutta la sequenza in cui si racconta la drammatica infanzia di O-Ren Ishii è un raffinato anime. “Kill Bill” non è solo la storia di una vendetta ma è anche una storia d’amore finita male ma soprattutto la storia di un amore filiale. (Gennaro Chierchia)

Lucy “in the sky”

17 Dicembre 2011 Nessun commento
Immagine tratta dal film "Io ballo da sola", regia di Bernardo Bertolucci

Immagine tratta dal film "Io ballo da sola", regia di Bernardo Bertolucci

Il viaggio iniziatico verso l’amore e la maturità della diciannovenne Lucy Harmon (Liv Tyler) nella bellissima terra di Siena, tra artisti fricchettoni di mezza età in una villa situata su una collina che offre un panorama mozzafiato. La ragazza è “integra” e cerca il vero amore col quale spezzare la verginità. Cerca pure il padre naturale, colui che “ammazza le vipere”, che nell’agosto del 1975 fece all’amore con sua madre, poetessa morta suicida. Troverà entrambi: il primo in Osvaldo Donati (Ignazio Oliva), un ragazzo delicato come i pensieri che Lucy appunta sugli angoli dei pezzetti di giornale e poi brucia; il secondo in Ian Greyson (Donald McCann), l’artista burbero che la immortala nell’indecifrabile scultura di legno. Nel quadro bucolico aleggia la morte simboleggiata dallo scrittore malato terminale Alex Parrish (Jeremy Irons); teneramente invaghito di Lucy è il solo a interessarsi alle sue questioni di cuore in mezzo a discussioni vecchie intavolate da vecchi. In “Io ballo da sola” di Bernardo Bertolucci anche se la pillola è rivestita di zucchero il sapore resta aspro: le relazioni sentimentali hanno un che di malato, sanno di carne andata a male. Tra tanto lerciume in crescendo la sola a uscirne vittoriosa è Lucy, con la sua innocenza giovane e il suo ideale di amore vero. La ragazza si spinge oltre e pensa addirittura a una maternità, se si tiene conto che al ragazzo cui si concede, a giochi fatti, chiede di “restare”. Bertolucci gira un film di formazione di due ore con piglio artistico; si evince un rigoroso lavoro sulla scelta delle inquadrature. Le musiche sottolineano il narrato ampliandone l’intensità emotiva. L’inquietudine che traspare dalla pellicola, nonostante la bellezza di ambienti e di opere d’arte che essa ritrae, è il segno della sincerità con la quale Bertolucci ha realizzato il suo film. Liv Tyler, figlia di Steven Tyler, cantante del gruppo rock degli Aerosmith, non sfigura accanto ad attori di grande esperienza, tra cui spicca l’immenso Jeremy Irons; anzi è probabile che sia stata scelta proprio per la sua freschezza, in sintonia con le caratteristiche del suo personaggio. (Gennaro Chierchia)