“Senza veli” di Chuck Palahniuk

26 Giugno 2016
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Senza veli

Senza veli

Biografia sotto forma di romanzo della fantomatica diva del cinema degli agli anni Trenta Kathrine Kenton raccontata dalla “donna nell’ombra” Hazie Coogan, sua versatile tuttofare, in realtà abile burattinaia di tutta la sua vita, a partire da quel fatidico incontro a un provino cinematrografico in cui lei, Hazie, aspirante attrice brutta ma con cervello da vendere e soprattutto scaltra, “abborda” l’ignara bellissima Kathrine proprio con l’obbiettivo di esserne al tempo stesso mentore e, come si vedrà alla fine, carnefice, solo in principio per unire le forze contro un mondo spietato quale quello del cinema. Hazie prova un doppio sentimento di odio e amore per la propria padrona; ne tesse chirurgicamente la carriera da diva, la trucca, le presta movenze e atteggiamenti ma soprattutto la tiene alla larga da affetti sbagliati che potrebbero minarne la salute mentale e incidere negativamente sulla sua brillante carriera cinematografica. Tutto questo all’insaputa di Katrhine ovviamente, che al contrario crede di dominare Hazie, come quando la sminuisce al cospetto del suo nuovo partner Webster Carlton Westward III ordinandole di indossare grembiule e cuffietta, sottintendendo con ciò che il suo ruolo non è altro che quello di una cameriera. Di parere decisamente contrario è Hazie, che continua imperterrita a tramare alle spalle della donna facendone naufragare sistematicamente i matrimoni e con esiti letali: tutti i “was-band” di Kathrine infatti giacciono in eterno ridotti in polvere in urne placcate d’argento nella cripta-feticcio costruita sotto casa. Non solo uomini ma anche cani, come Rubacuori, il pechinese ammazzato da Hazie col cianuro, veleno fedele e vero e proprio marchio di fabbrica dei suoi silenziosi delitti. Tranne che nell’ultimo, dove la burattinaia con il grembiule intesse una brutale messa in scena, così come aveva sceneggiato più e più volte la morte della propria padrona nella sconcia biografia “senza veli” di cui incolpa l’ignaro (anche lui) Webster Carlton Westward III, dove i due amanti muoiono vicendevolmente ammazzati come in un film di Tarantino. Palahniuk si destreggia abilmente tra ciò che è finzione e ciò che è reale, una costante delle sue storie e della sua poetica; qui però si spinge addirittura oltre e ci fa dono di una storia di finzione a tutto tondo: la voce narrante è di Hazie, che camuffa ogni cosa fin dal principio per spiegarcene i retroscena solo alla fine; la protagonista stessa del romanzo, Kathrine, è il prodotto di una interminabile bugia: quella in cui la ingabbia Hazie, quella che le cuciono addosso gli studios hollywoodiani e quella che risulta dal filtro degli occhi del suo pubblico adorante. Finzione e tema del doppio, come l’immagine decrepita, la vera immagine di Kathrine, racchiusa nello specchio martoriato dalle cicatrici della sua vita ancor prima della sua età, in costante aggiornamento, sito nella cripta-mausoleo. Palahniuk cita e si ispira al “Ritratto di Dorian Gray”. Ecco un’altra costante del libro: la continua citazione di nomi di dive e divi del cinema, stavolta reali perché esistiti per davvero ma costretti a fingere per contratto (e in eterno perché una volta morti essi rivivono grazie alla pellicola e ai supporti digitali); non solo, marchiati in grassetto tipograficamente, come a voler evidenziare una mappa toponomastica dal dubbio valore nonostante (o forse proprio per) tutte le luci della ribalta che li hanno interessati. Questo non è un Palahniuk memorabile: la narrazione è piatta, nonostante gli inserti onirici e qualche flashback, e lo svelamento finale dell’assassino fin troppo prevedibile. L’inserimento di tanti nomi di vecchie glorie del cinema hollywoodiano può essere uno spasso (un gioco autocelebrativo) per chi la sa lunga in materia ma solo una sfilza di nomi senza senso per chi ne è a digiuno; la mia esperienza riguardo a questo aspetto è che ho goduto a metà, conoscendo un nome sì e l’altro no dell’interminabile elenco prodotto dalla maniacale ricerca fatta dall’autore. Infine si ha la sensazione, tipica di opere non particolarmente ispirate, che la storia non decolli mai, neanche quando Kathrine deve prodursi nei tanti escamotage per scampare alla propria dipartita. Altra pecca micidiale la poca ironia con la quale Palahniuk racconta tutto quanto, perché ne è priva la voce narrante, che è quella di Hazie, attenzione, e non dell’autore (dunque è giusto che sia così), tuttavia questa mancanza si fa sentire, e parecchio. (G.C.)

“Pigmeo” di Chuck Palhaniuk

25 Giugno 2016
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Pigmeo

Pigmeo

A me piace Palahniuk perché ha molte cose in comune col mio modo di scrivere, quando cioè compongo delle storie di finzione; ebbene lui prova sempre e comunque a stupire il lettore, sia a livello di intreccio sia a livello lessicale. “Pigmeo” rientra in questa categoria di scrittura e, anzi, la supera, perché, come “Arancia meccanica” di Burgess, è scritto con un linguaggio tutto nuovo, anche se non fatto di neologismi come accade nel romanzo con protagonista il drugo Alex. Ed è un linguaggio necessario, quindi funzionale, alla storia, così come lo è quello di Burgess, che inventa uno slang giovanile e accattivante, sfrontato e irriverente, per narrare stupri e violenze gratuite fatte da giovani irresponsabili ma, tutto sommato, dall’animo candido. Essendo il protagonista della storia un adolescente straniero in terra straniera (nel libro non viene specificata la provenienza del ragazzino ma a me sembra provenire dalla Russia o giù di lì) a ragione Palahniuk decide di scrivere proprio come il ragazzino scriverebbe la sua storia, e cioè in un americano (per noi italiano ovviamente: la magia della traduzione!) sgangherato e scorretto che, già di per sé, rende irresistibilmente ironico ciò che viene narrato. Attenzione: il primo impatto non è così entusiasmante perché questa scrittura asintattica, grazie al (o dovrei dire per colpa del?) nostro background scolastico, ci manda in tilt i neuroni; è palese che Palahniuk si prende gioco di noi e ci costringe a sforzarci a leggere quello che ha scritto, facendoci, soprattutto nelle prime pagine perché ci vuole un po’ ad abituarsi alla “nuova” sintassi, perdere le staffe (quante volte, per comprenderlo, ho dovuto rileggere un periodo?) per capire lo strano modo di esprimersi di Pigmeo (questo è il nome che gli americani affibbiano allo straniero; il fatto che il protagonista non abbia nemmeno un nome suo l’ho trovato a dir poco geniale). Posso solo immaginare lo sforzo che ha fatto il traduttore nel costruire prima e decostruire poi i periodi. L’intreccio è altrettanto originale in quanto tratta di un gruppo di bisognosi adolescenti stranieri ospiti di famiglie americane i quali in realtà non sono altro che agenti segreti di uno stato indefinito, temibilissimi guerrieri super addestrati nelle tattiche di combattimento corpo a corpo e profondi conoscitori di armi e di esplosivi. Ovviamente il loro obiettivo comune è quello di cancellare dalla faccia della Terra l’odiato popolo americano (la famiglia di Pigmeo è stata sterminata dai soldati a stelle e strisce), tacciato soprattutto di basare la propria vita sul consumo sfrenato, che non genera felicità ma eterna insoddisfazione. Come si può facilmente capire Palahniuk usa questa trama per farci la solita ramanzina (uso la prima persona plurale perché la sua invettiva può essere estesa a tutta la società occidentale), qui più che in altre sue opere proprio perché il punto di vista adottato è quello di Pigmeo, che è cresciuto odiando gli Stati Uniti e quindi mettendo in dubbio ogni aspetto della società americana. Viene criticata la meschinità di chi si professa uomo di dio: “diavolo” Tony, così come viene definito dalla voce narrante, è il reverendo che non si esime dall’avere rapporti sessuali con l’agente operativo Magda, minorenne e collega di Pigmeo; il falso perbenismo della famiglia middle class: la coniuge della famiglia ospite di Pigmeo si trastulla coi dildo in continuazione tanto da essere sempre alla ricerca di pile cariche per farli funzionare; il bullo Trevor si scopre gay dopo essere stato sodomizzato dal nostro tanto da innamorarsene; Pigmeo e gli altri agenti operativi sono sistematicamente emarginati e sbeffeggiati dai coetanei americani ma quando il nostro abbatte Trevor mentre dà di matto ammazzando un sacco di ragazzini (in realtà il suo scopo è proprio farsi ammazzare da Pigmeo perché non vuole vivere più dopo che egli ha rifiutato il suo amore) immantinente il nostro viene eletto supereroe e da tutti preso a modello di comportamento – pure gli adulti gli chiedono l’autografo. Tuttavia succede che Pigmeo si innamori di “sorella gatto” per cui decide di sabotare il suo stesso piano di distruzione di massa, in un finale in cui combatte contro i propri colleghi, viceversa spalleggiato dagli stessi americani che in principio voleva morti. È un degno finale (d’altronde Pigmeo di male ne ha già causato parecchio: uccide il reverendo, sodomizza e poi ammazza Trevor – questo, bisogna sottolinearlo, per legittima difesa; grazie alle proprie malefatte il padre di Trevor e quello della propria famiglia ospite finiscono in galera) ma purtroppo incoerente perché costruito su un terreno di motivazioni troppo poco solido; se Palahniuk avesse approfondito gli episodi in cui Pigmeo si avvicina alla propria famiglia ospite, motivando in tal modo il suo progressivo attaccamento a essa, questo finale sarebbe stato perfetto; così invece sembra un po’ buttato lì ma ovviamente c’è un motivo: lo scrittore non voleva bruciarlo e quindi ha omesso. Troppo. (G.C.)

DVD, libri e Medioevo

16 Gennaio 2016
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“Paolo Sorrentino. La collezione completa”, in DVD. Un grande regista, di cui proprio ieri ho visto per la prima volta “Youth. La giovinezza”, la sua ultima fatica, altro emozionante capolavoro. Il Terrence Malick italiano anzi, napoletano. Orgoglio per Napoli e non solo.

“Terminator collection”, in DVD. Il cyborg per antonomasia entrato nell’immaginario collettivo grazie anche al fisico scultoreo dell’ex culturista professionista Arnold Schwarzenegger, che qui interpreta i primi tre film della saga.

“Twin Peaks. Stagioni 1 e 2″, in DVD. La saga culto ideata da David Lynch, affascinante, misteriosa, sviante, pazza, sovrannaturale, ironica. Impreziosita dalla colonna sonora jazz-sulfurea, commovente, di Angelo Badalamenti.

“A sud di nessun nord”, “Donne”, “Confessioni di un codardo”, “Post office”, “Panino al prosciutto” del grande Charles Bukowski, tra i miei scrittori preferiti. Irriverente, ironico, audace, folle, per sua stessa ammissione debitore del grande John Fante.

“Scheletro” e “Tesoro del drago”. Sono affascinato dal Medioevo e dunque colleziono miniature di cavalieri e castelli da un po’ di tempo ormai. (G.C.)

«Anna» di Niccolò Ammaniti

31 Ottobre 2015
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Anna

Anna

Credevo di ritrovare un amico, uno con cui trascorrere ore liete e serene, goliardiche pure, perché no, d’altronde è quello cui mi aveva abituato per anni, fin da quando avevo cominciato a leggere libri «seriamente», ovvero con ritmo regolare, fin da quando avevo cominciato a interessarmi realmente di letteratura, e non solo perché scrivevo io (pensate un po’, m’ero messo in testa di fare lo scrittore a tempo pieno, di camparci con la scrittura – finché poi non mi sono scontrato con la dura realtà della vita e quest’ultima, almeno per ora, ha avuto la meglio sui miei folli, ma non ancora sopiti, desideri artistici) ma perché proprio avevo preso gusto a leggere, a immergermi tra le storie che nascono tra le parole; raramente parlo male di un libro, o di un film o di un album musicale e questo non perché voglia imitare il simpaticissimo signor Mollica di «Do re ciak… gulp!» che, me ne voglia scusare, ma ogni volta che prende in esame un’opera artistica mi sembra che ne parli sempre in termini benevoli per non dire entusiastici… eppure fa il critico; e neanche perché ho la soglia della sopportazione, se così vogliamo definirla, un filino alta, per cui apprezzo qualunque cosa mi sottopongano; semplicemente prima di acquistare un DVD o un CD; prima di prepararmi a vedere un film davanti al televisore eccetera, leggo le recensioni e vedo se è il caso di procedere alla visione o all’ascolto o alla lettura… vabbè, credo di essere stato fin troppo chiaro e prolisso. Ho fatto tutta questa bella e tediosa prefazione per arrivare al punto, al fuoco centrale di questo articolo che, mi sa mi sa, voi lettori di «One Minute», a scapito di quello che prometto in calce al titolo del blog, questa volta impiegherete un po’ più di «un minuto o poco più» a leggere. Comunque. Il libro cui va la mia, se vogliamo chiamarla «invettiva», è l’ultimo romanzo di Niccolò Ammaniti, di cui praticamente ho divorato tutto. Non a caso dello scrittore ho fissa in testa l’immagine di lui a un convegno forse di un anno fa, attorniato dai fan, che molto onestamente e devo dire candidamente, ammetteva di attraversare un periodo di relativa pigrizia artistica (non aveva usato queste testuali parole ma è quello che io ho inteso). E questa ammissione, a giudicare dalle sue ultime creazioni, mi riferisco al romanzetto acqua e sapone «Io e te» e, punto, a «Anna» (non ho letto «Il momento è delicato» e rimedierò quanto prima perché a me i racconti piacciono anche se le critiche si dividono parecchio anche su questo libro), sembra provare, posso dirlo?, la crisi creativa in cui versa l’a me caro Niccolò. «Anna», tra l’altro il nome di una mia ex, tanto per cominciare…, è una storia di ragazzini; sì, a volte si parla anche di adulti, ma giusto per dare una parvenza di completezza e di profondità a una storia che, ahimè, non ne ha per niente, nonostante Niccolò, e si vede, si sforzi di dargliela. Il libro comincia con il piede sbagliato perché affronta un genere iperabusato quale quello catastrofico, per di più ambientato in Italia, anzi no, in Sicilia; come qualche utente di IBS ha notato giustamente la stessa storia avrebbe potuto essere ambientata ovunque giacché di Sicilia c’è n’è davvero poca, mi riferisco non tanto alla descrizione ambientale quanto all’omissione del dialetto laddove i dialoghi sono frutto di un italiano fin troppo corretto, sporcato solo verso gli ultimi capitoli, ma ormai la frittata era già bella che fatta. Mi spiace dirlo ma a me «Anna» non ha coinvolto, non ha divertito, non mi ha intrattenuto ma nemmeno intristito, la qual cosa sembrava essere l’obiettivo primario dell’autore. È distante anni luce da «Io non ho paura» che, pur essendo una storia altamente drammatica, era ben scritta, sentita, ma soprattutto appassionava; o da «Come dio comanda», dove invece, tra il dramma, trovava spazio la goliardia, che non solo stemperava la tragedia ma soprattutto testimoniava la vitalità dell’autore, che con il riso amaro, la battuta, ci sa fare (uso di proposito l’indicativo presente perché, nonostante con le sue ultime opere mi abbia enormemente deluso, mi auguro possegga ancora questa dote; forse proprio la lettura di «Il momento è delicato» mi ridarà un po’ di fiducia ma ho letto che molti racconti ivi contenuti sono vecchi, quindi non testimoni dell’attuale stato creativo dello scrittore). «Anna» è una storia tristissima, che però non fa proseliti né prigionieri; a parte la vena umoristica, che pure Niccolò avrebbe potuto infilarci dentro, iniettando in tal modo un bel po’ di benzina in un serbatoio vuoto, manca una vera e propria spinta narrativa: sembra che lo scrittore proceda per inerzia, lui stesso non convinto dell’opera che sta portando a compimento. Consapevolmente ha corso il rischio di scontrarsi con storie dello stesso tipo già ampiamente sul mercato, sicuramente migliori della sua e non parlo solo di libri. Ha rischiato e ha perso. La storia dei due fratelli che vivono alla giornata in un mondo distrutto da un virus non meglio specificato viaggia su un binario senza scossoni, senza reali emozioni; i due malcapitati perlopiù assistono alle tragedie ma non vi partecipano, le scansano, soffrono ma non tanto; insomma sembra tutto un gioco avventuroso dove non ci si fa realmente male. Certo ci sono i morti, a cominciare dai genitori dei due protagonisti, ma quando la storia comincia loro sono già belli che andati; tutta la sofferenza sta lontana, sta sullo sfondo e Anna e Astor (perché questo nome così strano rispetto a quello semplicissimo della sorella?) ne sono come immuni. Dov’è la suspense? Per chi tifiamo se non c’è nessuno per cui tifare? Se sappiamo che nessuno si farà veramente male? Il solo a fare una brutta fine è Pietro, il ragazzino che incontrano lungo il viaggio; ma è una cometa e, come detto, il male non tocca i protagonisti e viene presto dimenticato; allora perché dovremmo ricordarcene noi? È una storia così innocente nel suo tentativo di dipingere un mondo così crudele. Sembra un ossimoro eppure è proprio così. Il finale non c’è, è solo la naturale prosecuzione di una storia nata stanca e condotta altrettanto stancamente. Ma c’è un messaggio nel libro? Cosa impariamo da «Anna» dopo averlo letto? Che in caso di necessità bisogna arrangiarsi alla meglio maniera? Se è questo, non ci volevano trecento pagine di un romanzo ma la mancanza dell’acqua calda proprio quando hai la testa piena di shampo e devi decidere se prenderti un accidenti o recarti al lavoro con la testa piena di sapone. (G.C.)

“Venere, io t’amerò” di Monica Cito

10 Ottobre 2015
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Venere, io t'amerò

Venere, io t'amerò

Leggere questo romanzo non è cosa facile, siete avvertiti. C’è dentro un mondo, che è quello della narratrice, che è svelato, sviscerato, buttato sulla carta come acqua sporca che trabocca da un secchio. Un romanzo auotobiografico lo si scrive per mettere ordine nella propria esistenza, per mettere dei paletti e capirsi. Invece «Venere, io t’amerò» è qualcosa altro, sono pensieri e sfoghi che non seguono nessuna regola o le seguono tutte: se si pensa alla rinuncia della narrazione cronologica, se si pensa alla rinuncia della chiarezza, se si pensa al passaggio dalla prima alla terza persona singolare, se si pensa al cambio della voce narrante – si veda quando a raccontare la storia non è più la protagonista, Luce, ma il custode del cimitero –, se si pensa al continuo trarre in causa il lettore: «Se, lettore, tu non vorrai continuare a leggere, ben venga la tua scelta omissiva. Ben venga… consacrata dal sacerdote dell’occulto, dalla chiesa dell’insabbiamento, che è il vero diavolo di questa terra». Eppure Monica Cito riesce in un’operazione suicida, portando avanti una trama non trama, un racconto non racconto, sovrapponendo situazioni e nomi e avvenimenti infischiandosene del lettore, trasformandolo in una sorta di criceto in una ruota che corre per arrivare alla parola «Fine». L’autrice ammette: «Sto facendo un po’ di confusione temporale. Sto accavallando eventi tra loro molto o poco distanti», sottolinea: «Questo non è un racconto. È l’esplicarsi lento, in chiarezza, di un’enorme atavica confusione. È un cassetto pieno di cianfrusaglie», si giustifica: «Vuoi mettere uno scrittore calmo, non vessato dalla vita, con in testa un’idea ben precisa di ciò che vuole raccontare ed una come me, invece, che ha dedicato il suo tempo a capire e scrivere una folle biografia?». Una «folle biografia» è, dunque, «Venere, io t’amerò», titolo che non è messo lì a caso: «Il venerdì è il giorno più bello della settimana. È bello uscire di venerdì. È bello mangiare la pizza di venerdì. Sarà il nome suggestivo di questo giorno della settimana, sarà la suggestione di Venere… non so! So soltanto che il venerdì è il mio giorno sacro». Il cuore pulsante della storia è Luce, una ragazza del Sud. Luce ha un fratello, Martino. Luce e Martino sono picchiati dal padre-sbirro, la qual cosa fa covare nella ragazza un odio profondo: «Ammazzarti, papà, quante volte avrei voluto ammazzarti. Bruciandoti con la benzina, legandoti al letto, tappandoti la bocca. Vedere, assistere al tuo lento dissolverti in qualche acido. Sperimentare la tua violenza, somigliarti». Luce si scopre lesbica ed è rinnegata dalla famiglia. Luce prende psicofarmaci così come la madre. Luce ha le allucinazioni: «Ho iniziato a vedere strane cose paurose, anche quando non c’era mio padre. Santi dagli occhi sanguigni, nudi sugli altari, madonne seduttive, diavoli cornuti. Gesù violentatore. Ho cominciato a pensare d’essere posseduta dal demonio». Vede Rodulafia, che ha smesso di fare la guardia alle anime dei morti per occuparsi di lei, una morta vivente. Leggendo «Venere, io t’amerò» si vive un incubo ad occhi aperti. Non c’è speranza nelle pagine di questo libro, tutto è marciume: «Il mondo è fatto di merda, e c’è chi ne riesce a versare di più e chi ne riesce a versare di meno, in faccia al prossimo». La sola cosa che salva questo mondo è l’amore, quello che Luce prova nei confronti di Michela. Un amore, quello omosessuale, che non è compreso dalla società cosiddetta “normale”: «Non so ancora bene d’essere lesbica. Non riesco proprio a capire che significa; perché, quando cammino per i corridoi della scuola, mi accompagni la musica ottusa della maldicenza: lesbica, lesbica, lesbica». Questo è un romanzo che ti spiazza, che passa da un registro alto ad uno basso con una facilità disarmante per scuotere il lettore, farlo svegliare dal torpore che lo tiene prigioniero, renderlo partecipe del dramma vissuto da Luce, indurlo alla rivolta se non fisica intellettuale: «La rabbia che sale e si mischia al rumore dei clacson. Una nuova rivoluzione intellettuale, senza fascisti (chi li conosce!), senza comunisti (chi li conosce!), senza critici (chi li vuole!). Le parole in libertà del migliore futurismo; l’assalto alle barricate della demenza e del pressappochismo; la lotta contro i mulini a vento; l’urlo nuovo; la poesia nelle braccia del neurone attento e lucido; lo scoppiare della sensazione; la ricerca del sogno». Ma «Venere, io t’amerò» è soprattutto voglia di vivere come testimonia questo bellissimo passo: «Prendere il proprio seno tra le palme delle mani, come fosse un calice innalzarlo alle proprie labbra, abbassare il capo e succhiare la vita dalla propria vita, in un’autoproduzione amebica». La scrittura è infuocata, le parole ti penetrano dentro, le verità sbattute in faccia, la narrazione scardinata per lasciare libero sfogo ai pensieri, alla denuncia, mentre il racconto procede in sottosuolo, interrompendosi, riprendendosi come un corridore che è caduto. Un romanzo questo «Venere, io t’amerò» che è un unicum, che non assomiglia a nient’altro, che vuole essere diverso come la protagonista che racconta. Che vuole soddisfare in primo luogo le necessità di chi scrive: «Ho desiderato scrivere, perché il mio mondo interiore voleva una occupazione, voleva un campo di meditazione, voleva lo spirito». (G.C.)

“Arancia meccanica” di Anthony Burgess

3 Ottobre 2015
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Arancia meccanica

Arancia meccanica

Il romanzo più conosciuto dello scrittore inglese Anthony Burgess; scritto nel 1961 in un periodo per lui di febbrile attività letteraria – per guadagnarsi da vivere Burgess arrivò a produrre cinque romanzi in quattordici mesi – ottenne la massima notorietà un decennio dopo, nel 1971, grazie alla trasposizione cinematografica che ne fece il noto regista americano Stanley Kubrick. “Arancia meccanica” – “A clockwork orange” in originale – è la storia di quattro teppisti londinesi. Il capo della banda si chiama Alex – Burgess ha dichiarato su “Positif”: «È paradossale che il suo nome si possa intendere come “senza parola”, mentre egli possiede un intero vocabolario inventato, suo personale…» –, un sedicenne appassionato di musica classica che trae il piacere esclusivamente dalla pratica della violenza. Lui e i suoi tre “drughi” picchiano un lettore, fanno a botte con il ripugnante Billyboy e la sua banda, maltrattano lo scrittore F. Alexander – il libro che questi sta scrivendo si chiama proprio “Arancia meccanica”, al che Alex sbotta: «Un titolo ben stronzo. Chi ha mai sentito nominare di arance meccaniche?» – infine ne violentano la moglie sotto i suoi occhi. Quando Alex entra nella villa della “signora dei gatti” per derubarla viene tradito dai suoi “soma” e consegnato alla polizia. Condannato per l’omicidio della donna finisce in prigione, tra assassini e depravati di ogni risma. Si ingrazia il cappellano suonando l’organo durante la messa domenicale e quando viene a sapere che il governo sta sperimentando una cura al termine della quale i criminali sono rimessi in libertà, si offre come cavia. Non prima però di avere ammazzato – con la complicità di altri detenuti che poi rinnegano di avere partecipato al pestaggio – a suon di botte un compagno di cella che ha provato a sodomizzarlo. Alex, dunque, è condotto in una sala cinematografica dove assiste, legato braccia e piedi alla poltrona e con i fastidiosi ferma palpebre che lo costringono a tenere gli occhi sempre aperti, ad una estenuante maratona di film carichi di violenza. Al termine del trattamento prova nausea e vomita al solo pensiero di compiere il male; non può più ascoltare neanche la tanto amata musica classica poiché è stata suonata come sottofondo dei filmati ultraviolenti che ha visionato durante quella che è stata battezzata “Cura Ludovico”. Scarcerato, torna a casa; scopre che la sua stanza è stata occupata da un operaio di nome Joe e che i genitori non lo vogliono più tra i piedi; nella biblioteca pubblica è riconosciuto dal lettore che aveva pestato due anni prima ed è aggredito a sua volta; i due poliziotti che lo soccorrono sono il suo ex soma Bamba e Billyboy, che lo gonfiano di botte mentre un altro poliziotto resta comodamente seduto in macchina a leggere il giornale; è ospitato dallo scrittore F. Alexander che vuole servirsene per criticare la scelta del governo di avere utilizzato la “Cura Ludovico” su di lui; ma quando è riconosciuto come il teppista che lo ha aggredito e che ne ha violentato la moglie – poi morta per i traumi subiti – è costretto a buttarsi dalla finestra pur di non ascoltare la Sinfonia Numero Tre di Otto Skadelig messa su dallo scrittore. Portato in ospedale è curato sia dalle ferite che si è procurato gettandosi dalla finestra che dai fastidiosi effetti della “Cura Ludovico”; pertanto sogna di tagliare gole e di violentare donne senza più sentirsi male. Riceve la visita dei genitori che lo rivorrebbero a casa – Joe si è messo nei guai con la polizia, ha perso il lavoro e se ne è andato – e quella del Ministro degli Interni, il quale dichiara davanti ai giornalisti che il governo è amico suo mentre lo scrittore F. Alexander un sovversivo che vuole sfruttarlo per fini politici. Come testimonianza di ciò gli offre un lavoro ben pagato e gli regala uno stereo. Mentre tutti escono dalla stanza Alex ascolta beatamente la Nona Sinfonia di Ludwig Van Beethoven. Il romanzo si conclude con un Alex ormai diciottenne schifato dalla violenza e ansioso di trovarsi una moglie e di diventare papà. Come dichiarò Kubrick al critico francese Michel Ciment: «Esistono due versioni del romanzo ma io ho letto quella che contiene un capitolo in più solo dopo aver lavorato per molti mesi alla sceneggiatura. Sono rimasto sorpreso, perché non c’era alcun rapporto con lo stile satirico del resto del libro; credo che l’editore sia riuscito a convincere Burgess a chiudere con una nota di speranza, o qualcosa di simile. Sinceramente, quando ho letto quell’ultimo capitolo non potevo credere ai miei occhi. […] Alex decide di diventare un adulto responsabile». Infatti l’edizione americana non conteneva il capitolo “buonista” che concludeva quella inglese. In ogni caso Kubrick ne fece a meno per il suo film. Su “Positif” Burgess dichiarò: «“Arancia meccanica” doveva essere una sorta di manifesto, addirittura una predica sull’importanza di poter scegliere». Burgess ha costruito una trama esemplare le cui sequenze si incastrano alla perfezione come i pezzi di un puzzle; ha coniato un linguaggio particolarissimo – quello usato da Alex e dai suoi “drughi” – pieno di neologismi e dissacrante. Ha messo in discussione il modo stesso di fare letteratura ponendo un criminale come protagonista – quindi costringendo il lettore a scegliere di stare o no dalla sua parte –, scrivendo una storia di finzione che in realtà è un vero e proprio trattato di critica sociale, elaborando un linguaggio ex novo e utilizzando uno stile narrativo veloce, oserei dire fumettistico, distante anni luce dal tedioso romanzo ottocentesco. Nessun’altra opera di fantasia mi ha mai fatto così tanto riflettere e divertire al contempo. Perché la letteratura serve proprio a questo, penso. (G.C.)

“Baudolino” di Umberto Eco

26 Aprile 2015
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Baudolino

Baudolino

La storia, colossale, di un mentitore. Le prime pagine faticano a prenderti, grazie alla pergamena su cui Baudolino – il personaggio protagonista – scrive in un italiano e in un latino non proprio corretto anche se spiritoso. La forza di questo romanzo “storico” sta proprio nel non prendersi troppo sul serio; d’altronde come trattare seriamente una storia che si basa quasi esclusivamente sulla bugia? È un romanzo di formazione: Baudolino è un poveretto che viene ceduto dal padre Gagliaudio al sacro romano imperatore Federico detto il Barbarossa per garantirgli un futuro migliore ma anche per avere una bocca in meno da sfamare in casa; al suo seguito gira il mondo, studia a Parigi, assiste alla capitolazione di decine di comuni, all’eterna lotta tra il papato e l’impero per la conquista del potere. Ed è proprio per garantire al padre adottivo la supremazia sul papato che Baudolino spaccia la scodella di legno in cui beve il padre morente per il Gradale, ovvero la coppa in cui bevve Gesù durante l’ultima cena; essa infatti sarà la reliquia che il Barbarossa dovrà portare al Prete Giovanni per ottenerne la benedizione e accrescere i propri poteri. Ma il viaggio per raggiungere il regno del prete si presenta colmo di insidie naturali e di esseri bestiali; è questa la parte più bella del romanzo: le pagine scivolano via veloci nonostante le consuete minuziose descrizioni di luoghi e di creature e le appetitose sottostorie; gli intrighi e i misteri che via via si presentano accrescono il desiderio della lettura. Il Barbarossa muore ucciso involontariamente da Baudolino e il regno del Prete Giovanni non sarà mai raggiunto; tuttavia Baudolino trova l’amore in una creatura dei boschi che si fa chiamare Ipazia. Messo in fuga dagli unni bianchi approda a Costantinopoli dove racconta la propria storia al saggio Niceta mentre i crociati saccheggiano la città. È un finale amaro, che non arreca alcun beneficio a Baudolino, che anzi appare così insoddisfatto della propria vita che parte di nuovo alla volta del regno del prete per riabbracciare, semmai ci riuscirà, la sua amata Ipazia da cui ha avuto un figlio. Un finale così triste – tra l’altro aperto – stride col tono picaresco e giocoso del romanzo e lo si vorrebbe diverso. Arduo discernere – a meno che non si possieda una cultura pari a quella dell’autore – i fatti dalla finzione; tuttavia il messaggio finale di “Baudolino” sembra essere proprio quello di non fidarsi della Storia. (G.C.)

“Blackout” di Gianluca Morozzi

14 Marzo 2015
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Blackout

Blackout

Aldo Ferro, Claudia e Tomas. Tre persone: un serial-killer spietato dalla doppia vita ineccepibile; una giovane ragazza che si mantiene all’università facendo la cameriera in un bar di dubbio gusto; un adolescente innamorato perso della propria fidanzata con cui sogna di andare ad Amsterdam. Tre esistenze diverse prigioniere di un luogo chiuso, stretto, claustrofobico quale il vano di un ascensore; il quindici di agosto, di domenica. Nessuno che viene a soccorrerli, nessuno che ascolti le loro grida di aiuto. Soprattutto, c’è una bomba a orologeria in mezzo a loro, una bomba fatta di carne e ossa che sta per scoppiare: Ferro. A mano a mano che passano le ore il controllo che Ferro ha sulla propria persona cede, la corazza di uomo perbene si allenta e lui non può che essere ciò che realmente è: un assassino. È solo questione di tempo. Il tempo che i tre occupanti dell’ascensore passano provando a tirarsi fuori della cabina, a studiarsi a vicenda, a pensare, a immaginare per cercare di non uscire di testa. Tempo che non passa mai. Eppure tutto non è come sembra, c’è qualcos’altro che sfugge loro e sfugge a noi lettori. Qualcosa che Gianluca Morozzi ci indica qua e là durante la narrazione ma che è abile a non svelare, che ci è chiaro solo nelle ultime pagine. E che rivela un mondo cinico e spietato quale quello che noi viviamo; un mondo dove l’uomo non conta nulla e che è solo un mezzo per la propria affermazione personale. Romanzo thriller-sociologico, dunque, che mette a nudo le debolezze di noi esseri umani di fronte alle situazioni ostili e alle nostre aspirazioni personali-professionali. Un romanzo che fa ottimamente il suo lavoro; di intrattenitore, di critica. Con un linguaggio camaleontico, che cambia a seconda delle situazioni che si prendono in esame, a seconda dei personaggi che di volta in volta si analizzano, passando dalla mente folle di Ferro a quella ingenua e obnubilata dall’amore del giovane Tomas. Un romanzo da leggere assolutamente, che ridà una botta di vita (e di morte) alla narrativa italiana. (G.C.)

“Come dio comanda” di Niccolò Ammaniti

18 Gennaio 2015
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Come dio comanda

Come dio comanda

Le vicende di Rino Zena, lavoratore saltuario ubriacone e nazista e di suo figlio Cristiano e dei loro due migliori amici: Danilo Aprea e Quattro Formaggi. I primi due sono impegnati a non farsi separare l’uno dall’altro dall’assistente sociale, a sua volta impegnato a rubare la moglie al direttore dell’ASL per cui lavora nonché suo migliore amico. Danilo è un alcolizzato cui è morta la figlia ossessionato dal senso di colpa; vorrebbe riconquistare la moglie, che convive col suo ex datore di lavoro. Quattro Formaggi, che non ha tutte le rotelle a posto dopo avere avuto la meningite ed essere stato attraversato dalla corrente elettrica, è turbato dalla protagonista di un film porno che guarda in continuazione e che, un bruttissimo giorno, identifica in una ragazzina in carne e ossa amica di Cristiano. “Come dio comanda” è una storia toccante, che fin dalle prime pagine traspare per quel che è: un dramma in fieri; nonostante l’autore si chiama Niccolò Ammaniti e come sempre ci mette il suo, per dargli verve e stemperare i toni. Certe pagine sono davvero irresistibili; come quando i tre uomini-amici per la pelle rubano un’auto e sono costretti a dialogare col computer di bordo che gli chiede la password per identificare il legittimo proprietario e costringendoli, infine, ad abbandonare la vettura. Tutti i personaggi hanno alle spalle una storia articolata; nessuno è trascurato, anche quelli che fanno brevi apparizioni; sta in questo uno dei tanti pregi del libro, perché ci fa affezionare al personaggio di turno anche se ne leggiamo per poco. Si capisce che questo non è il solito Ammaniti trash di “Branchie”, “Fango” o di “Ti prendo e ti porto via”. Qui si è decisamente in zona “Io non ho paura”; in cui lo stesso si racconta del legame padre-figlio e di amicizie sbagliate e al centro c’è una brutta storia. In “Come dio comanda” (il titolo lo suggerisce) il destino sembra avere un ruolo dominante; tutte le azioni compiute dai personaggi appaiono guidate da una mano altra, dal destino o dal caso; comunque da una forza indipendente da loro o in cui essi si ostinano a credere, quasi fossero impossibilitati a utilizzare il libero arbitrio di cui sono provvisti. La tempesta che si abbatte sulla cittadina che fa da sfondo alla storia è essa stessa un segno, un presagio, un suggerimento per azioni “malate” destinate a scatenare morte e distruzione. La scelta fatta dalla ragazzina in sella allo scooter di prendere la strada del bosco anziché la statale convince Quattro Formaggi a compiere il suo insano disegno. L’uomo che investe con la propria auto e che si rialza illeso è l’evento che induce l’assistente sociale a decidere di lasciar perdere la moglie del suo migliore amico. Le chiavi della macchina che ritrova nel fiume dopo tanto tempo inducono Danilo a portare a termine da solo il colpo al bancomat. Nel finale l’uccisore si uccide ma resta il cadavere di una ragazzina innocente che scuote le coscienze di tutta la comunità. Un delitto senza senso e stupido come chi lo ha compiuto e pertanto ancora più beffardo nonché tragico. (G.C.)

“Caos calmo” di Sandro Veronesi

21 Dicembre 2014
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Caos calmo

Caos calmo

Cosa accade nella testa di un uomo cui, mentre salva una donna che sta affogando in mare, muore la propria compagna, dalla quale ha avuto una bambina e con la quale è a un passo dal matrimonio? Questo interrogativo dà l’avvio a Caos calmo, il romanzo fiume di Sandro Veronesi, una storia che è tutta nella testa del protagonista Pietro, perché raccontata da lui in prima persona, e perché i personaggi, i paesaggi, tutto, è filtrato dal suo punto di vista, originale e riflessivo. Il dramma di Pietro è che ha salvato una sconosciuta mentre la donna che amava moriva lontano da lui, non è stato lì nel momento fatidico, e non ha potuto fare nulla per aiutarla. Davvero strano il destino. Ma la cosa ancora più strana è che apparentemente né lui, né la figlia Claudia di dieci anni, soffrono per la morte di Lara; è questo il «caos calmo» del titolo, ed è questo che teme Pietro: teme che il dolore possa affiorare da un momento all’altro, tutto in una volta, e possa sconvolgere lui e la figlia in maniera «irreversibile», come la morte. È anche una storia sperimentale, se si tiene conto che Pietro reagisce al dolore della scomparsa della «moglie», come giustamente insiste a chiamarla, restando davanti alla scuola della figlia fino al termine delle lezioni; più di tre mesi passati così, nei pressi di una scuola, indagando l’umanità «ordinaria» che si aggira intorno a lui, come un entomologo che studia gli insetti. Lui e la sua macchina diventano il luogo del dolore, perché anche se non sembra, stare tutto quel tempo davanti a quell’edificio rinunciando ad andare in ufficio, a fare la vita che sempre ha fatto, è l’esplicazione del dolore di Pietro per la perdita di Lara; mentre la condanna di Claudia è quella di affrontare tutto da sola (anche se questo aspetto sarebbe stato opportuno approfondirlo nel romanzo, e non evidenziarlo solo nel finale). Il dolore chiama dolore, sembra suggerire l’autore, e infatti a uno a uno il fratello, la sorella di Lara, i colleghi di lavoro e i suoi superiori, vanno da lui, e si rifugiano in quella macchina per sfogare il proprio dolore. Pietro accumula impassibile i problemi e le paure di ciascuno, anche se non dà soluzioni, d’altronde chi gli si rivolge non chiede di essere aiutato, il solo sfogarsi è una liberazione. Il romanzo è fatto di numerose microstorie, talune davvero brillanti e divertenti, come la ragazza di Piquet che dice cose orrende senza rendersene conto e il figlio che invece di parlare conta, o la lunga mail (forse troppo) che Pietro scopre nella posta di Lara in cui un uomo sotto l’effetto della droga confessa di avere paura di essere sbranato dal cane di una sua amica con cui è rimasto solo in casa. L’autore farcisce la storia di riflessioni gustose; la sua scrittura è avvolgente, evidenziata anche visivamente perché non ci sono paragrafi a dettare pause: un flusso di coscienza ininterrotto, eppure «sopportabile». Unica nota stonata il finale, che se anche «conclusivo», con Pietro che capisce, per il bene suo e quello della figlia, che deve tornare alla vita di sempre, per affrontarla la vita e non restarne fuori, si sarebbe voluto più lungo, anche in rapporto alla quantità di informazioni che sono state date in precedenza, magari rispondendo proprio a quella domanda: «E ora mi passate Lara, per piacere?», dove Pietro avrebbe potuto imbastire un dialogo a tu per tu con la moglie scomparsa e che invece resta senza risposta. Se il dolore di Pietro è compreso quello della figlia è solo spiegato, e certo questo non «appaga», considerando che l’autore poteva analizzarlo ampiamente in 450 pagine. Sono piccolezze che si notano in un’opera affascinante, matura, senza peli sulla lingua, che sfiora il capolavoro. (G.C.)