In apnea sotto una spessa lastra di dolore
In Marocco Abdullah (Mustapha Rachidi), un pastore, acquista un fucile da un suo conoscente cui era stato regalato da un turista giapponese a cui aveva fatto da guida; Abdullah dona l’arma ai suoi due figli, Yussef (Boubker Ait El Caid) e Ahmed (Said Tarchani), affinché lo usino per allontanare gli sciacalli dalle pecore. Tra i due fratelli, entrambi giovanissimi, Yussef, che è il più piccolo, si rivela il tiratore con la mira migliore. Forti del fatto che il venditore del fucile ha asserito che il fucile ha una gittata di tre chilometri dalla sommità di una montagna Ahmed sfida Yussef a colpire gli autoveicoli che transitano sulla strada asfaltata che taglia la pianura di sotto. I proiettili non raggiungono gli obbiettivi ma quando Yussef mira a un autobus questo è costretto a fermarsi poche decine di metri dopo perché uno dei passeggeri è stato colpito alla spalla ed è grave. Il telegiornale riferisce che una turista americana che viaggiava a bordo di un autobus è stata uccisa in un attentato. I due fratelli si rendono conto che sono stati loro la causa della morte della donna e vanno a nascondere il fucile in una cavità della montagna. La polizia indaga e comprende che a sparare è stata gente del posto; dopo avere interrogato brutalmente il venditore del fucile e la moglie si mette sulle tracce di Abdullah, che nel frattempo ha saputo dai figli tutta la verità su quello che essi hanno combinato e si fa consegnare il fucile. L’uomo, figli al seguito, abbandona la propria casa, la moglie e l’altra figlia, nella speranza di sfuggire alla polizia ma i tre vengono avvistati mentre attraversano la montagna a piedi. I poliziotti aprono il fuoco; quando Ahmed viene ferito il fratello imbraccia il fucile e spara ferendo un poliziotto; nel frattempo Ahmed finisce a terra tra le rocce colpito a morte. A questo punto padre e figlio scendono dalla montagna con le mani alzate in segno di resa; il bambino, al cospetto di un poliziotto dallo sguardo sbigottito, ammette tutte le sue colpe urlando di essere stato lui a uccidere la donna americana e di avere ferito il poliziotto. Due giovani genitori americani, Richard Jones (Brad Pitt) e Susan (Cate Blanchett), si sono concessi un viaggio in Marocco per tentare di riallacciare il loro rapporto dopo che uno dei loro tre figli è morto di SIDS (sindrome della morte improvvisa del lattante). Gli altri due bambini sono rimasti in America sotto l’ala protettiva della tata messicana cui ha badato da quando sono nati. Mentre sono in viaggio in autobus in una zona deserta circondata dalle montagne Susan, che occupa il sedile accanto al finestrino, viene colpita alla spalla da un proiettile. Il marito ordina alla guida di far fermare l’autobus e cerca un medico tra i passeggeri ma nessuno è in grado di prestare cure adeguate alla donna. L’ospedale è lontano e chiamare un’ambulanza è impossibile perché la ricezione del segnale dei telefoni cellulari è ostacolata dalle montagne che circondano la vallata. La guida propone di invertire la rotta dell’autobus e di puntare verso il proprio villaggio dove c’è un medico che può aiutare la signora. Richard accetta. Giunti al villaggio Susan viene soccorsa dal medico, che si rivela un veterinario. Il marito nel frattempo chiama l’ambasciata americana per sollecitare l’intervento dell’ambulanza ma per problemi burocratici questa non è subito disponibile; intanto il resto dei passeggeri preme per riprendere la primigenia rotta dell’autobus perché impaurito dal rischio di attentati e di aggressioni. La notizia della turista americana colpita da un proiettile fa il giro dei notiziari di tutto il mondo. Prima che faccia sera l’autobus riparte all’insaputa di Richard. Il giorno appresso Susan viene prelevata da un elicottero e portata in ospedale; qui viene operata e viene dichiarata fuori pericolo di morte. Richard chiama a casa; la tata messicana lo rassicura sulla salute dei suoi due bambini e glieli passa al telefono. Quando questi gli chiedono della mamma lui scoppia a piangere. Negli Stati Uniti Amelia (Adriana Barraza), una tata messicana cui sono affidati un bambino e una bambina, Mike (Nathan Gamble) e Debbie (Elle Fanning), decide, trasgredendo agli ordini dei genitori, di andare in Messico al matrimonio del figlio portando i piccoli con sé. Li accompagna Santiago (Gael Garcia Bernal), un giovanotto amico della donna. Festeggiato il matrimonio, a sera tarda, Amelia i bambini e Santiago si rimettono in macchina per tornare a casa. Vengono fermati per un controllo a un posto di blocco alla frontiera tra Stati Uniti e Messico. Il poliziotto (Clifton Collins Jr.) che li perquisisce è sospettoso perché i bambini sono americani mentre la donna è messicana e non è la madre. Santiago si innervosisce perché pensa che il poliziotto ce l’abbia con loro e gli voglia tirare un brutto tiro; quando gli viene ordinato di parcheggiare la macchina ignora l’ordine e preme il piede sull’acceleratore; forza il posto di blocco e si impegna in una fuga spericolata sotto lo sguardo atterrito di Amelia mentre i bambini urlano e piangono. La donna, terrorizzata, lo prega di fermarsi. Santiago accosta e fa scendere lei e i bambini nel bel mezzo del deserto quindi riprende la fuga. Trascorsa la notte dormendo all’addiaccio Amelia lascia i bambini da soli per andare a cercare aiuto sotto il sole cocente del deserto. Viene soccorsa da un poliziotto che la dichiara in arresto. I due provano a ritrovare i bambini ma inutilmente; vengono ritrovati più tardi da un’altra pattuglia della polizia. Informati dell’accaduto i genitori decidono di non sporgere denuncia nei confronti della tata ma Amelia, che vive negli Stati Uniti da sedici anni, viene condannata dalle autorità americane a lasciare il paese per sempre. Giunta in Messico la donna si ricongiunge al figlio scoppiando in lacrime. A Tokio Chieko Wataya (Rinko Kikuchi), un’adolescente sordomuta, cerca in tutti i modi di farsi amare da uno dei suoi coetanei ma viene puntualmente respinta non perché non sia bella ma per il suo grave handicap. Non appena viene avvicinata dai ragazzi questi scoprono con stupore e timore che ella non è in grado né di parlare né di sentire e perciò si dileguano così come si sono manifestati. Durante una visita dentistica Chieko provoca sfacciatamente il medico il quale, scioccato e sdegnato, la caccia malamente dallo studio. Nell’ingresso dello stabile in cui abita riceve la visita di due ispettori di polizia; la ragazza legge loro le labbra e comprende che essi vogliono parlare con il padre, Yasujiro (Kôji Yakusho), che però non è in casa; il più giovane tra i due le lascia un biglietto con su scritto il suo numero di cellulare affinché la ragazza possa contattarlo appena il papà rincasa. Chieko ha un’amica che ha il suo stesso handicap; insieme si recano in discoteca accompagnati da certi ragazzi che hanno conosciuto da poco e che sembrano provare una simpatia nei loro confronti; mentre l’amica viene baciata da un ragazzo Chieko per l’ennesima volta resta a bocca asciutta così se ne torna a casa sola e sconsolata. Prima di raggiungere l’appartamento fa chiamare dal portinaio l’ispettore di polizia affinché gli dica che deve parlargli. Quando il poliziotto si presenta a casa sua la ragazza, comunicando attraverso un block-notes, gli rivela che la madre non è stata uccisa dal padre ma si è suicidata gettandosi dal balcone. Il poliziotto le fa capire che ha frainteso, che lui non si trova lì per indagare sul suicidio della genitrice. Prima che l’ispettore possa andare via Chieko va nella sua stanza, si spoglia, e si offre a lui nuda; lo stringe a sé e lo bacia ma il poliziotto la respinge delicatamente dicendole che non è giusto e che lei è troppo giovane. La ragazza scoppia in un pianto dirotto. Quando il padre rincasa l’ispettore gli riferisce che una cittadina americana in vacanza in Marocco è stata colpita da un proiettile di fucile e gli chiede se è vero che mentre lui era in Marocco ha donato un fucile dello stesso tipo a un abitante del posto; Yasujiro conferma di avere fatto dono dell’arma a una guida. Prima di andare via l’ispettore si dice dispiaciuto per la moglie che si è suicidata gettandosi dal balcone; l’uomo, alterato, gli dice di lasciarlo in pace e lo corregge dicendo che la moglie è morta sparandosi alla testa. “Babel” di Alejandro González Iñárritu è il racconto di quattro drammatici episodi intrecciati tra loro tramite un sapiente lavoro di montaggio; a mano a mano che le storie si dipanano lo spettatore può ricostruire il filo comunicante tra le vicende secondo un meccanismo che ormai è divenuto una prassi per il cinema americano; si pensi a “Magnolia” di Paul Thomas Anderson o a “Traffic” di Steven Soderbergh solo per fare qualche celebre esempio. Gli spezzoni di episodi che via via sono narrati e su cui, com’è naturale che sia in questo tipo di operazione, si torna più volte, non hanno una durata fulminea così concedono allo spettatore il tempo di gustare la storia e creano empatia tra lui e i personaggi che li popolano. Nessun episodio è migliore dell’altro; “Babel” è un unico, teso dramma. La Babele di linguaggi e di nazionalità che esso mette in campo crea tra i personaggi un’incomunicabilità perenne che è il suo vero fil rouge; ne è portabandiera la ragazza sordomuta protagonista dell’episodio giapponese, vogliosa di relazionarsi all’altro non solo a gesti ma con il corpo e che puntualmente vede disattese le sue aspettative. Affetto che, pur essendo un sentimento molto esplicato in varie situazioni delle vicende narrate, viene meno in altrettante altre sotto forma di una sua privazione improvvisa e perciò più drammatica. Se si eccettua la lunga sequenza festosa del matrimonio in odore di ciminiana memoria il film non concede momenti altri rispetto al dramma che va raccontando costringendo di fatto lo spettatore a restare in apnea sotto una spessa lastra di dolore. (Gennaro Chierchia)












