
Immagine tratta dal film "Ombre rosse", regia di John Ford
America, 1880. Una diligenza parte da Tonto alla volta di Lordsburg. Essa trasporta lo sceriffo Curly Wilcox (George Bancoft); il sudista fuorilegge Ringo Kid (John Wayne) in stato di arresto; l’ex prostituta Dallas (Claire Trevor) scacciata dalla città; il dottore alcolizzato Josiah Boone (Thomas Mithcell); il tranquillo rappresentante di liquori Samuel Peacock (Donald Meek); Lucy Mallory (Louise Platt), moglie incinta di un ufficiale dell’esercito; il banchiere Henry Gatewood (Berton Churchill) scappato da Tonto coi soldi trafugati dalla banca e il giocatore d’azzardo Hatfield (John Carradine). Siccome c’è il pericolo di un attacco degli indiani apache la diligenza è scortata dall’esercito ma, al momento del ricambio della scorta, i soldati, tra cui il marito di Lucy ferito, non ci sono perché si sono spostati in un’altra città, così la diligenza deve proseguire il viaggio priva di protezione. Nel frattempo Lucy partorisce il bambino grazie all’aiuto del dottor Boone; Ringo Kid e Dallas si innamorano e progettano di vivere assieme. Ormai vicini a Lordsburg la diligenza è attaccata dagli indiani; Ringo Kid, lo sceriffo Wilcox, il dottore e Hatfield si danno da fare con le pistole; quest’ultimo muore nello scontro a fuoco. L’arrivo provvidenziale del 7° Cavalleggeri disperde gli apache. Giunti a Lordsburg Ringo Kid si vendica dei tre fratelli Plummer, rei di avere ucciso suo padre e suo fratello. Lo sceriffo Wilcox anziché tradurlo in prigione, lo sistema su una carrozza assieme alla sua amata Dallas e lo lascia libero. “Ombre rosse” è un classico della cinematografia western; diretto dal leggendario John Ford lancia sul grande schermo la superstar John Wayne. Il film è costituito di una prima parte in cui si prepara il viaggio; si assembla un equipaggio eterogeneo che metta a confronto due diverse tipologie di società: quella perbenista e satura di preconcetti rappresentata dal banchiere e dalla moglie incinta dell’ufficiale e quella ai margini della società rappresentata dall’ex prostituta, dal dottore ubriacone e dal fuorilegge in fuga. Preconcetti che però scompaiono nel momento del bisogno: Boone e Dallas aiutano Lucy a partorire e Ringo Kid si rende utile nel conflitto a fuoco contro gli apache. Indimenticabile la sequenza dell’assalto alla diligenza a opera degli indiani girata nello scenario mozzafiato della Monument Valley, ottenuta con una cinepresa montata su un’automobile che sfreccia accanto alla carrozza alla velocità di 60 chilometri orari. Thomas Mitchell ottenne l’oscar come migliore attore non protagonista. Tratto dal racconto di Ernest Haycox “Stage to Lordsburg”. (Gennaro Chierchia)

Immagine tratta dal film "Non è un paese per vecchi", regia di Joel e Ethan Coen
Nel Texas degli anni Ottanta un ex saldatore e reduce del Vietnam, Llewelyn Moss (Josh Brolin), mentre caccia le antilopi nel deserto ai confini col Messico, capita nel bel mezzo di una carneficina scaturita da una consegna di droga finita male. Spacciatori e acquirenti sono tutti morti, tranne un messicano seduto nella cabina di un pickup che è moribondo e chiede a Llewelyn dell’acqua; il cacciatore gli dice che non ne ha, poi si accorge dei panetti di droga sistemati sul pianale del furgone e si rende conto che se la merce non è stata consegnata allora non sono stati consegnati nemmeno i soldi, di conseguenza qualcuno deve essere scappato col denaro. Si mette alla ricerca del fuggitivo e lo trova morto disteso ai piedi di un albero. Accanto al cadavere c’è una valigetta; Llewelyn la apre; dentro ci sono i due milioni di dollari con cui doveva essere pagata la droga. L’uomo non lo sa ma sotto le fascette di banconote è nascosta una ricetrasmittente in grado di localizzare la valigetta ovunque si trovi. Llewelyn prende con sé la valigetta e torna alla roulotte in cui abita assieme alla moglie Carla Jean (Kelly Macdonald), nascondendole quello che gli è appena capitato nel deserto. Nella notte l’uomo è preda dei rimorsi per non avere soccorso il messicano moribondo così, pur conscio del pericolo che corre, torna sulla scena del crimine dove infatti viene presto braccato da alcuni uomini a bordo di un fuoristrada che gli sparano addosso e gli sguinzagliano dietro dei cani feroci. Llewelyn riesce a scappare ma è solo l’inizio di un estenuante incubo a occhi aperti, i cui protagonisti sono il killer Anton Chigurh (Javier Bardem): spietato, insensibile, psicopatico, osservante di un dubbio codice morale; il cacciatore di taglie Carson Wells (Woody Harrelson): ambiguo, professionale, troppo sicuro di sé; lo sceriffo Ed Tom Bell (Tommy Lee Jones): a un passo dalla pensione, incredulo dinanzi all’escalation di violenza cui è costretto ad assistere tutti i giorni. “Non è un paese per vecchi” è il film più violento mai diretto dai fratelli Joel e Ethan Coen. Tratto fedelmente dal libro omonimo di Cormac McCarthy, che è una vera e propria sceneggiatura camuffata da romanzo, il film mette subito le cose in chiaro riguardo il livello di ferocia che si è prefissato di inscenare; a pochi minuti dall’inizio, infatti, la macchina da presa indugia voyeuristicamente su cadaveri di uomini e di cani; mostra il raccapricciante strangolamento del vicesceriffo e l’uccisione a sangue freddo di un automobilista. I fratelli Coen sono riusciti a essere fedeli al testo di Cormac McCartthy pur essendo questo abbastanza fantasioso: hanno messo in mano al cattivo psicopatico, interpretato da un inquietante Javier Bardem, che per questa sorprendente interpretazione si è aggiudicato l’oscar come miglior attore non protagonista, armi non convenzionali quali pistole ad aria compressa che sparano stantuffi metallici e fucili dotati di silenziatore; mettendo in scena sparatorie adrenaliniche e sanguinolente e per compensazione costruendo intere sequenze cariche di tensione in cui i personaggi sono impegnati a nascondere e a cercare oggetti. (Gennaro Chierchia)

Immagine tratta dal film "Non per soldi... ma per amore", regia di Cameron Crowe
Lloyd (John Cusack) e Diane (Ione Skye) sono due giovani americani appena diplomati. Lui è un bravo ragazzo senza nessun progetto per il futuro, a parte la passione per la kickboxing. Lei è una ragazza fin troppo intelligente e bella, che ha vinto una prestigiosa borsa di studio che le permetterà di andare a studiare in Inghilterra. Quasi per scommessa Lloyd telefona a Diane senza conoscerla; questa, divertita dallo strambo modo di porsi del ragazzo, accetta il suo invito a uscire. Fra i due scocca subito una profonda simpatia, che ben presto si tramuta in amore. Diane è particolarmente presa; infatti non ha mai avuto accanto a sé un ragazzo che l’abbia fatta divertire e sentire sicura al tempo stesso come fa Lloyd. Ma suo padre (John Mahoney) non vede di buon occhio la loro relazione perché ha capito che Lloyd non sarà mai all’altezza della figlia. “Non per soldi… ma per amore” di Cameron Crowe è un film tutt’altro che scontato, nonostante abbia un ingombrante precedente in “Cocktail” con Tom Cruise protagonista. Qui invece c’è un giovanissimo e sbarbato John Cusack. La sua performance è riuscita e gioca molto sulla fisicità (si veda il tic delle spalle); i suoi movimenti sono così rapidi da sembrare quelli di un personaggio di un cartone animato. La coprotagonista, la bella Ione Skye, è perfetta nella parte della classica brava ragazza, studiosa e preparata; l’attrice conferisce al personaggio il giusto tocco di ingenuità (si veda la scena in cui le viene sbattuta in faccia la verità sul conto di suo padre). Ma il vero gigione, nel senso positivo del termine, è John Mahoney, nella parte del papà di Diane. Ha una mimica irresistibile, capace di passare con la stessa intensità e credibilità da uno stato d’animo gioioso a uno collerico. Il film nasce da un racconto di novanta pagine del regista, poi trasformato da lui medesimo in una sceneggiatura. Tra le sequenze indimenticabili: Lloyd e Diane che fanno l’amore in macchina e Lloyd che, raggiunta Diane sotto casa, le fa ascoltare la loro canzone da un radiolone a due altoparlanti in perfetto stile anni Ottanta. (Gennaro Chierchia)

Immagine tratta dal film "No grazie, il caffè mi rende nervoso", regia di Lodovico Gasparini
A Napoli si sta organizzando il festival musicale Nuova Napoli, dove vengono invitati l’attore Massimo Troisi e, tra gli altri, il musicista James Senese. A guastare la festa ci si mette un maniaco che si firma “Funiculì Funiculà”, come la celeberrima canzone partenopea. Questi non vuole che il festival si svolga perché esso segna la rottura con la tradizione napoletana (emblematica, a tal proposito, la sequenza in cui il maniaco interroga Massimo sulle canzoni napoletane che sono diventate dei classici, l’attore si scopre impreparato e si arrampica sugli specchi per avere salva la vita). Massimo rappresenta il “nuovo” nella comicità partenopea e, pertanto, viene preso di mira da Funiculì Funiculà. Gli organizzatori del festival, in accordo col commissario di polizia Barra (Carlo Monni) e i suoi uomini, utilizzano il comico come esca per acchiappare il maniaco. Indagano sul caso il giornalista del Mattino Michele Giuffrida (Lello Arena) e la sua collega Lisa Sole (Maddalena Crippa). “No grazie, il caffè mi rende nervoso” di Lodovico Gasparini è una commedia nera godibile, che amalgama abilmente azione, comicità e suspense, con gag davvero esilaranti, una su tutte quando Michele fronteggia un malvivente armato di pistola e, per impietosirlo, tira in ballo la mamma di lui. È divertente vedere l’attore Massimo Troisi e il musicista James Senese interpretare se stessi; quest’ultimo, autore pure delle musiche del film, è irresistibile nella scena in cui se la prende con Michele, che è “costretto” da Lisa a porgli delle domande che non stanno né in cielo né in terra e che fanno salire il sangue al cervello allo sbigottito musicista. Lello Arena, nel doppio ruolo del giornalista e del maniaco (anche coautore della sceneggiatura del film), non è mai stato così scatenato. (Gennaro Chierchia)

Immagine tratta dal film "Nemico pubblico", regia di Michael Mann
La storia vera di John Dillinger (Johnny Depp), lesto rapinatore di banche (“Quanto impieghi a rapinare una banca, Johnny?” gli chiede un giornalista dopo il suo arresto, e lui: “Un minuto e quaranta secondi”) che opera nell’America del 1933, a quattro anni dall’inizio della Grande Depressione; questo è un dato storiografico da tenere presente perché fa la fortuna e la fama di Dillinger, il quale viene preso in simpatia dalla gente che vede in lui un moderno Robin Hood (durante una rapina in banca un cliente gli porge i suoi soldi ma Dillinger replica: “Non sono i suoi soldi che vogliamo signore ma quelli delle banche”). Sulle sue tracce l’allora direttore del Federal Bureau of Investigation J. Edgar Hoover (Billy Crudup) – che un tribunale rimprovera di non avere mai eseguito un arresto personalmente – sguinzaglia l’ineccepibile agente Melvin Purvis (Christian Bale), che ha appena catturato un criminale molto pericoloso. Ma con Dillinger è un’altra storia e infatti ci scappa il primo morto tra i suoi uomini, che per volere di Hoover sono tutti giovani, volendo egli creare una task-force di nuova concezione. Purvis non ci sta e minaccia le dimissioni se non gli vengono dati alla svelta uomini con esperienza (“Gente del Texas…” precisa); grazie a loro riesce ad acciuffare Dillinger, che nel frattempo si è fidanzato con una guardarobiera, Billie Frechette (Marion Cotillard). Tuttavia Dillinger è un mago della fuga e riesce a scappare di prigione. Di nuovo in libertà continua a vivere sulla cresta dell’onda derubando banche e camuffandosi tra la gente. Ma il cerchio intorno a lui si stringe giorno dopo giorno; pure gli altri criminali con cui intrattiene rapporti d’affari lo isolano perché la polizia gli sta troppo addosso, la qual cosa compromette anche le loro attività illecite. Frattanto Billie viene arrestata in un’imboscata tesa a lui e, pur picchiata a sangue da un poliziotto energumeno, non apre bocca. A tradire Dillinger sono due prostitute romene sue amiche che, minacciate da Purvis di essere espulse dagli Stati Uniti, indicano a lui e ai suoi uomini la sera in cui incontreranno Dillinger per andare a vedere insieme uno di quei film sui gangster che tanto gli piacciono. All’uscita del cinema Dillinger viene ammazzato quasi a sangue freddo: la sua morte pare una vera e propria esecuzione perché l’uomo non ha nemmeno il tempo di estrarre la pistola dalla tasca dei pantaloni che viene raggiunto da due colpi di pistola, di cui uno alla nuca. L’agente che lo ha freddato ascolta le sue ultime parole indirizzate a Billie e si prende la briga di andargliele a riferire nella prigione in cui la donna sta scontando la pena a due anni di reclusione: “Di’ a Billie da parte mia: ‘Bye bye Black Bird’”. Nelle note prima dei titoli di coda si legge che l’agente Purvis lascia la polizia un anno dopo gli eventi narrati e muore suicida. “Nemico pubblico” di Michael Mann è un gangster-movie robusto e di grande impatto visivo che propone sparatorie ad alto tasso adrenalinico; per aumentarne il realismo alcune scene (la più spettacolare è la lunga sequenza della sparatoria ai danni del nascondiglio di Dillinger e dei suoi uomini) sono state girate facendo uso di telecamere a mano e adoperando il digitale invece della pellicola. Attori in gran forma: Johnny Depp non è mai stato così spietato mentre il suo antagonista Christian Bale, freddo ed efficiente, si dimostra attore affidabile e versatile. Il fattore che pone i film di Mann sempre a un livello più alto rispetto ad analoghi crime-movie è l’epicità. I personaggi ripresi da Mann, buoni o cattivi che siano, hanno sempre molto carisma, e ciò li rende degli eroi moderni. Le loro gesta sono enfatizzate e mitizzate. I caratteri forti dei buoni e dei cattivi messi a confronto sono stimolanti. Per lo spettatore è praticamente impossibile non immedesimarsi nei personaggi e nelle loro azioni, siano essi dalla parte della giustizia o della criminalità. (Gennaro Chierchia)

Immagine tratta dal film "Nella mia pelle", regia di Marina de Van
Una donna, Esther (Marina de Van), si taglia una gamba accidentalmente camminando tra i rottami di una fabbrica mentre si trova a una festa. Tornata a casa si accorge delle profonde ferite solo notando le tracce di sangue che lascia a terra, poiché stranamente non avverte dolore. Abbandonata la festa va a farsi medicare. Ma la sua vita, dopo l’incidente, non è più la stessa. Difatti la donna prova piacere nel lacerare le ferite che ha sulla gamba anzi, ogni giorno che passa osa sempre di più, “intaccando” anche la gamba sana, quindi il braccio e la faccia. Arriva a succhiarsi i tagli, a staccarsi la pelle, a masticarla e a conservarla affettuosamente. Mentre i rapporti che ha con gli altri vanno in pezzi, a cominciare da quelli col fidanzato, Vincent (Laurent Lucas), il quale scopre le sue macabre abitudini. “Nella mia pelle” di Marina de Van è un film anomalo, che induce a riflettere, nonostante non illustri altro che una donna che prova piacere a lacerarsi e a divorarsi. Uno zombie che si nutre di se stesso solo che è vivo. La “mania” della donna è una vera e propria dipendenza: la coglie ovunque e in ogni momento; non può tirarsi indietro, deve arrendersi al desiderio di “mangiarsi” (si veda, su tutte, la sequenza al ristorante dove Esther, nonostante partecipi a un’importante cena di lavoro, non riesce a mettersi un freno). La storia suggerisce che si può fare a meno di tutto e di tutti, tranne se stessi: Esther si rifugia in sé e trova in sé, nel proprio corpo, piacere e nutrimento; tutto il resto non conta, neanche l’amore di Vincent. Il fatto che tutto cominci per caso, con una ferita, suggerisce che le strade che conducono all’appagamento dei sensi sono nascoste e che bisogna guardare oltre (e dentro di sé), sperimentare, per poterne beneficiare. (Gennaro Chierchia)

Immagine tratta dal film "Munich", regia di Steven Spielberg
Nel 1972, a Monaco, durante lo svolgimento dei giochi olimpici, un gruppo di terroristi palestinesi denominato “Settembre nero” irrompe negli alloggi degli atleti e sequestra la squadra di lotta israeliana. Scopo del sequestro è la liberazione di terroristi palestinesi prigionieri nelle carceri israeliane. Quando i palestinesi, lasciato il villaggio olimpico a bordo di un camioncino assieme agli atleti, salgono sull’aereo che dovrà portarli fuori dalla Germania, capiscono di essere in trappola. L’esercito tedesco apre il fuoco e i terroristi uccidono gli atleti facendo esplodere con le bombe a mano gli elicotteri su cui si trovavano e che avrebbero dovuto condurli in salvo. Il primo ministro israeliano non tollera lo scacco subito e assembla una squadra di cinque killer per eliminare i responsabili della strage di Monaco. Tale operazione è segreta ed è denominata “Collera di Dio”. Il gruppo di fuoco, capeggiato dall’agente del Mossad Avner Kaufmann (Eric Bana), uccide sei degli undici obiettivi prefissati, spostandosi tra Italia, Francia, Grecia, Libano e Olanda e perdendo tre uomini. Nel frattempo il terrorismo palestinese risponde compiendo una serie di sanguinosi attentati ai danni di civili israeliani. “Munich” di Steven Spielberg è un film cupo, tragico, dotato di un realismo al limite della sopportazione (si basa su fatti realmente accaduti) simile a “Salvate il soldato Ryan”, precedente capolavoro del regista. La trama, che racconta di una serie di assassinii e di attentati, è intervallata dalle scene tragiche, prive di audio, dell’irruzione dei terroristi nel villaggio olimpico e del sequestro della squadra di lotta israeliana; tali sequenze hanno una patina onirica e sono le più violente. Dopo “Schindler’s list” Spielberg torna a raccontare un pezzo di dolorosa storia ebraica; ma, mentre nella citata pellicola gli ebrei sono vittime, qui il regista condanna i bombardamenti a tappeto compiuti dall’esercito israeliano ai danni della popolazione palestinese, adottando perciò un punto di vista imparziale, che acquista maggiore peso se si considera che Spielberg stesso è ebreo. (Gennaro Chierchia)

Immagine tratta dal film "La morte dietro la porta", regia di Bob Clark
Andy Brooks (Richard Backus) viene ucciso in Vietnam. La notizia della sua morte arriva alla famiglia per telegramma ma la madre (Lynn Carlin) non si rassegna e in segreto prega perché suo figlio possa tornare a casa vivo e vegeto. Il suo desiderio viene esaudito e una notte un Andy-zombie si presenta a casa. Il padre (John Marley), la madre e la sorella Cathy (Anya Ormsby) avendolo di nuovo con sé gioiscono e si convincono che il telegramma sia stato un errore del Dipartimento della Difesa. Ma Andy ben presto rivela aspetti del suo carattere e comportamenti inquietanti anche agli occhi dei propri cari; per esempio uccide a sangue freddo l’amato cagnolino che si è accorto che in lui c’è qualcosa che non va. Andy, per camuffare le sue fattezze di zombie, deve nutrirsi di sangue umano, perciò comincia a lasciarsi dietro una scia di vittime, tra cui il camionista che gli ha dato il passaggio per tornare a casa e il medico di famiglia (Henderson Forsythe) che voleva denunciarlo alla polizia per l’omicidio. Nel finale, in un’escalation di violenza, Andy uccide la fidanzata Joanne (Jane Daly), il fidanzato della sorella e mette sotto un ragazzo con la macchina. Cathy si salva perché riesce a scappare. Andy, dopo la mattanza, torna a casa, dove la madre lo accoglie a braccia aperte nonostante il suo essere un morto vivente si riveli agli occhi di lei in tutta la sua abominevole mostruosità. Il padre invece, pistola in pugno, vorrebbe eliminarlo una volta per tutte, nonostante abbia cercato di coprirlo fino all’ultimo mentendo alla polizia. Ma davanti all’orrendo spettacolo del figlio-mostro perde il senno, si punta la pistola alla tempia e preme il grilletto. Madre e figlio, poliziotti alle calcagna, scappano in macchina; solo a fine fuga si scopre che la destinazione è il cimitero. Andy si sdraia in una buca e si copre di terra rimproverando la madre piangente, mentre i poliziotti lo accerchiano, di aver voluto a tutti i costi che lui tornasse a casa. “La morte dietro la porta” di Bob Clark è un horror molto ben fatto, non banale, che si potrebbe interpretare allegoricamente come la vendetta di una vittima della “sporca guerra” nei confronti della società che ha voluto, direttamente o indirettamente, mandarla al fronte. Scene violente e impressionanti ma non splatter elevano il racconto al di sopra dei soliti film di genere. (Gennaro Chierchia)

Immagine tratta dal film “Millenium Mambo”, regia di Hou Hsiao Hien
A Taiwan una ragazza di nome Vicky (Qi Shu) vive con Hao-Hao (Chun-hao Tuan), il fidanzato con problemi di droga. Lavora in un locale notturno. Dopo l’ennesima litigata per via della dipendenza di lui dalla droga lo lascia. Frattanto sul lavoro ha conosciuto Jack (Jack Kao), un uomo losco molto più grande di lei, che l’accoglie nella propria casa quando lei, disperata, bussa alla sua porta. Diventa la sua donna. Poi Jack si mette nei casini e deve scappare. Da dove si è nascosto invita Vicky a seguirlo con la raccomandazione di non svelare il luogo a nessuno. La ragazza obbedisce ma quando arriva in albergo lui non c’è. “Millenium Mambo” di Hou Hsiao Hien è un film minimalista, delicato, che tratteggia con sapienza il ritratto di una ragazza innamorata che vorrebbe, come tutte le donne, correggere i comportamenti sbagliati del proprio partner. Ma detto questo il film è deludente perché racconta poco, ha dialoghi volutamente ridotti al lumicino tanto che non sarebbe stata una cattiva idea farne a meno e scontati. Indubbiamente bello dal punto di vista visivo grazie alla fotografia dai colori caldi e ai ralenty. Cattura con una emozionante (e furbetta) canzone di sottofondo che va a loop e che “aggiusta” un po’ di cose. (Gennaro Chierchia)

Immagine tratta dal film "Mignon è partita", regia di Francesca Archibugi
A casa dei romani Forbicioni giunge Mignon (Céline Beauvallet), una parente francese il cui padre è finito in carcere per essere il responsabile del crollo di un edificio che ha causato la morte di due persone. Mignon è una ragazza ricca e bella; il suo essere altezzoso e con la puzza sotto il naso la rende antipatica agli occhi dei suoi cugini piccolo-borghesi, tranne Giorgio (Leonardo Ruta), segretamente innamorato di lei. Quando questi, ubriaco, le rivela che il suo papà è in prigione, Mignon si rifugia tra le braccia di Cacio (Lorenzo De Pasqua), un amico di suo fratello Tommaso (Daniele Zaccaria) più grande di lui; Giorgio li sorprenderà a fare l’amore nella libreria del padre, entrando così in crisi depressiva: smette di andare bene a scuola, deludendo la sua professoressa di italiano delle Medie (Micheline Presle) ricoverata in ospedale per una brutta malattia e tenta il suicidio ingerendo della naftalina. Trascorso un anno dal suo arrivo Mignon comprende che non può restare più in quella casa; finge di essere incinta di Cacio e torna in Francia. La sua partenza riporterà la serenità nella vita di Giorgio. Debutto cinematografico di Francesca Archibugi “Mignon è partita” è un film delicato, che mette al primo posto i sentimenti, analizzati approfonditamente e raccontati in modo realistico. Oltre che sulle turbe adolescenziali di Giorgio il film si sofferma sui matrimoni falliti, almeno sotto il punto di vista dell’amore, dei coniugi Forbicioni (il marito tradisce la moglie – Stefania Sandrelli – con la cassiera della libreria) e degli zii (lo zio Aldo – Massimo Dapporto – è da sempre innamorato di Laura, la madre di Giorgio. Il film stempera questi drammi familiari con un tocco leggero, senza morbosità ma con una schiettezza di linguaggi e di immagini che sono come un pugno nello stomaco (si vedano il gergo adoperato dai ragazzi, la scena di sesso nella libreria e il tentato suicidio di Giorgio); tutto questo, sommato alla riuscita rappresentazione di due generazioni a confronto, fa di “Mignon è partita” un film bello e sincero. (Gennaro Chierchia)